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    Chiusura imprese, tra flessibilità e mobilitazioni

    E alla fine, si fermano pure le fabbriche. Con la firma dell’ultimo dpcm, nella serata del 22 marzo il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dato la stretta finale sulle attività produttive su tutto il suolo della Penisola: il documento difatti prevede che a partire dal 25 marzo proseguano l’attività solo quelle considerate essenziali o quelle che possano essere svolte da casa (il cosiddetto “smart working”). Il provvedimento, che ha coinvolto molte realtà anche sul territorio di Vigevano e della Lomellina, ha scatenato prima ancora della sua approvazione molte resistenze: da una parte gli industriali, contrari alla scelta di fermare tutto (o quasi), dall’altra il mondo sindacale, che ha chiesto garanzie di sicurezza per tutti coloro costretti, in ogni caso, ad abbandonare il proprio domicilio per andare sul posto di lavoro.

    «Bisogna trovare il modo di non interrompere le filiere legate alla produzione e all’approvvigionamento dei beni essenziali – spiega il presidente di Confindustria Pavia Nicola De Cardenas – e bisogna garantire alle imprese la liquidità necessaria per far fronte alle chiusure. Confindustria ha fatto delle proposte al Governo, è indispensabile che vengano subito prese le misure necessarie». A complicare le cose, secondo De Cardenas, c’è la stretta connessione fra i sistemi produttivi:

    Alcune filiere sono talmente interconnesse da rischiare di interrompere le forniture essenziali nel caso in cui un anello della catena di produzione venisse meno.

    «Pensiamo alla filiera della componentistica meccanica, centrale nella produzione di macchine per la ventilazione ospedaliera, ma anche per la lavorazione agricola, alimentare e farmaceutica». In un momento «molto complicato, nel quale sulle spalle di ciascuna impresa grava come un macigno la responsabilità di fermare o di continuare le attività», il presidente di Confindustria Pavia chiede flessibilità, garantendo la «massima disponibilità a cooperare con le istituzioni» e ricordando che «tutto quello che le imprese hanno fatto in queste settimane e ciò che stanno facendo in queste ore ha lo scopo di evitare la rottura delle filiere essenziali che comporterebbe dei problemi e dei guai peggiori. Resta ferma, nelle aziende che continuano ad operare, l’applicazione accurata del Protocollo per la Sicurezza che contribuisce a garantire la salute delle lavoratrici e dei lavoratori».

    Ed è proprio però riguardo a quest’ultimo tema, quello della sicurezza, che si è alzata la voce del mondo sindacale, che nei giorni scorsi ha lamentato l’inclusione di attività non necessarie tra quelle che rimarranno in funzione.

    Il valore della vita non può essere barattato con nessuna ragione economica

    esordisce il comunicato congiunto delle sezioni pavesi di Cgil, Cisl e Uil, che chiedono il pieno rispetto dei protocolli di sicurezza nelle aziende che rimarranno aperte e si impegnano a sostenere tutte le iniziative di sciopero o mobilitazione delle categorie non appartenenti alle attività essenziali e a segnalare alle autorità tutte le situazioni non in regola. Tra i settori sul territorio che hanno annunciato lo sciopero per la giornata di domani (mercoledì 25 marzo) quello metalmeccanico, quello chimico e quello tessile, che incroceranno le braccia per 8 ore, a eccezione dei lavoratori impegnati in produzioni strettamente collegate alle attività ospedaliera e sanitaria. A minacciare lo sciopero anche i bancari, che rivendicano maggiori tutele alla salute degli operatori, essendo gli sportelli «purtroppo punti di diffusione del contagio».

    Alessio Facciolo

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