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    Cronache dalla pandemia / Lussemburgo trema per i confini chiusi

    Le frontiere chiuse rischiano di mettere in ginocchio il Lussemburgo. Michele Laverone, vigevanese che da anni vive e lavora nel piccolo paese europeo, fa un excursus dei provvedimenti, via via sempre più rigidi, presi nel Granducato per contrastare l’insorgere del contagio da Covid-19: «All’inizio non era stato previsto alcun provvedimento. Non vi erano controlli della temperatura corporea all’arrivo in aeroporto, ma richiedevano a chi proveniva da zone a rischio di lavorare da casa per almeno 14 giorni senza obbligo di una “quarantena” vera e propria – racconta Laverone – Lunedi 9 marzo scorso hanno chiuso i collegamenti aerei con l’Italia, poi nei giorni successivi hanno iniziato a proibire gli assembramenti con più di 500 persone e a sconsigliare i luoghi affollati. Giovedì 12 marzo hanno chiuso le scuole e l’università; venerdì hanno comunicato che tutti gli uffici pubblici e privati sarebbero stati chiusi al personale non essenziale e hanno chiesto, per chi può farlo, di lavorare da casa. Domenica 15 hanno chiuso tutti i caffè, i bar, i ristoranti, i cinema e tutti i luoghi di aggregazione sociale e progressivamente i paesi confinanti hanno chiuso le loro dogane». Provvedimento che, a lungo andare, potrebbe risultare molto dannoso per il paese: «Buona parte dei lavori manuali, dei prodotti agricoli ed industriali e soprattutto del personale dei supermercati e degli ospedali sono frontalieri.

    Specie quest’ultimo caso è serio: dottori e infermieri sono stati obbligati a fare una difficile scelta tra rimanere nel paese e fermarsi a dormire negli alberghi messi a disposizione dal governo o affrontare l’emergenza nel paese d’origine ma vicino a parenti ed amici.

    E dire che in un primo momento in Lussemburgo non si era dato eccessivo peso all’emergenza, spiega Laverone: «Come successo in Italia in un primo tempo si è cercato di minimizzare il problema. Quando, anche a causa all’aumentare del numero di contagiati nei paesi confinanti, è stato chiaro per tutti che la cosa era grave, la gente ha cominciato ad assaltare i supermercati e a fare scorta di prodotti di prima necessità e di lunga durata. Pane, pasta ma anche zuppe pronte, patate, carote e prodotti in scatola sono scomparsi dalle corsie dei supermercati». La preoccupazione principale, ora, è per gli affetti lontani: «Sono preoccupato, ma specialmente per i miei parenti e amici in Italia e non solo. Si vive alla giornata, tenendosi aggiornati il più possibile su quanto accade nel mondo. All’inizio non mi rendevo conto della grandezza del problema; pensavo a una reazione eccessiva del governo e dei mezzi di comunicazione e dell’enorme danno economico che provocava una chiusura sempre maggiore del territorio italiano. Con il senno di poi mi sbagliavo, il problema è serio e richiedeva quei provvedimenti, anzi forse ancora più duri fin da subito per contenere i contagi».

    Da ammirare infine, secondo Laverone, l’atteggiamento dei suoi connazionali che, tra i confini della Penisola, stanno a suo dire affrontando una crisi senza precedenti: «Sono veramente orgoglioso della reazione del popolo italiano e del sentimento di unità che si è venuto a creare in risposta a questo problema. Vorrei mandare i miei ringraziamenti certamente a chi si affanna negli ospedali ma anche a chi, ogni giorno, combatte la sua battaglia al proprio posto di lavoro che sia la cassa di un supermercato o nelle pulizie dei locali, spesso con mezzi insufficienti e per stipendi non sempre all’altezza del loro coraggio».

    Alessio Facciolo

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