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giovedì, Maggio 28, 2020
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    Vigevano, il rianimatore in pensione torna a casa

    Un’esperienza di grande umanità e professionalità, quella del dottor Fausto Molino, medico rianimatore in pensione, 67 anni, che il 6 aprile ha lasciato Roma per dare una mano all’ospedale civile di Vigevano nell’emergenza Covid, e mercoledì 20 maggio se ne tornerà a casa.

    Il dotto Molino bardato
    Il dottor Molino al lavoro in terapia intensicv

    «Mia moglie a Pavia, dove l’avevo conosciuta, era diventata amica del dottor Livio Carnevale, primario di rianimazione a Vigevano, e del dottor Luigi Magnani, primario di Medicina a Voghera. Li ho contattati e ho chiesto se avevano bisogno di una mano».
    La risposta è stata un “sì” caloroso, ma ancora il dottor Molino non sapeva che situazione avrebbe trovato ad aspettarlo in Lombardia.
    «Avevo una vaga idea dei notiziari tv e dalla stampa, e devo dire che l’impatto è stato meno tragico di quanto credevo. Ho trovato tante persone senza contatto con i familiari, e con tanta paura di morire da sole. Si attaccavano a medici e infermieri anche solo per scambiare due chiacchiere, e dall’altra parte c’erano i parenti al telefono che chiedevano notizie e un po’ di speranza. Ho assistito a morti drammatiche, a intere famiglie sterminate, magari con un solo sopravvissuto, e mi domando come si farà, adesso, a ricostruire il tessuto sociale».  Un impatto emotivo di grande spessore, a cui si aggiunge l’esperienza prettamente professionale.

    Ho conosciuto tante patologie, ma il Coronavirus non ha eguali per gravità, perché ha una variabilità enorme di sfaccettature, e attacca tutti gli organi: polmoni, cuore, fegato, intestino, cervello. Ho trovato una grandissima disponibilità da parte del personale che mi ha subito accolto ringraziandomi, ma a me sembrava un atto dovuto: non mi sarei sentito a posto se non l’avessi fatto, anche se la distanza da Roma era tanta e io soffro di ipertensione. Nei colleghi e negli infermieri, sottoposti per tre mesi a un “martellamento” continuo, ho trovato una enorme professionalità, e anche se resta il rimpianto per tante persone che non è stato possibile salvare, la grandezza della sanità è questa sua capacità di resistere in modo attivo-

    E per il domani, per il ritorno alla normalità? «La sfida che ci sarà adesso consisterà nel convivere col virus cercando di tornare alla sanità di prima, seguendo anche tutti quei pazienti no-Covid che sono stati un po’ messi da parte. Occorreranno direttive e un’organizzazione che tenga conto del fatto che abbiamo a che fare con un virus che non se ne andrà».

    Davide Zardo

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