La quinta e ultima (così pare) edizione del Festival targata Amadeus non ha deluso le aspettative degli spettatori. Ascolti altissimi, una sfilza infinita di cantanti in gara (ben 30), una finalissima terminata all’alba delle 3 di notte. Il tutto condito da polemiche (il sale di Sanremo) e ovviamente tanta musica, con quel mix di generi e generazioni che hanno caratterizzato le ultime edizioni del festival. A trionfare è stata la giovanissima Angelina Mango, che con la sua cumbia de “La noia” ha prevalso sul rapper partenopeo Geolier (dominatore incontrastato del televoto: suo il 60% delle preferenze) e sulla regina del pop Annalisa.

E  ADESSO? Cosa riserverà il futuro? E’ lecito chiederselo, ora che la manifestazione, nella sua leggerezza, è tornata ad avere un format riconoscibile e moderno, apprezzato sia dagli aficionados della kermesse, sia dalla fascia di popolazione più giovane. Avranno la meglio quei soliti papaveri che ogni anno chiedono di «rimettere la musica al centro», qualunque cosa voglia dire? O si proseguirà nel solco tracciato da Ama? Lo scopriremo quando “Mamma Rai” scioglierà le sue riserve. A ora, crogioliamoci nelle canzoni e nelle emozioni che questo Festival ha regalato: e come ogni anno, abbiamo deciso di chiedere a un pool di esperti un giudizio sui loro brani preferiti. Alle Stellerranti, duo musicale dalle influenze folk e klezmer, e a Cesare Tobia Bonomi, bassista della rock band lomellina Gino il Carbonaio, a questo giro si sono aggiunti Luca Correzzola, trombettista e giovane direttore del corpo bandistico Città di Mede, e Marco Clerici, cantante, conduttore tv e “nipote d’arte” del grande Alfredo Clerici. 

1Marco Clerici: «Angelina padrona del palco»

Fiorella Mannoia, 8: Per me è sempre promossa, i suoi brani sono scritti da autori e compositori valevoli e lei è una delle interpreti più talentuose del nostro paese. “Mariposa” infligge nell’ascoltatore un ritmo latino che porta istintivamente a battere mani e piedi e a ballare sul posto. Fiorella non ha mai vinto il Festival, anche se si è aggiudicata ben due premi della critica nonché il secondo posto nel 2017 con la stupenda “Che sia benedetta” superata soltanto dal ballo della scimmia di Gabbani (per me uno scandalo!). Tra gli autori il figlio di Mogol, Cheope, che si aggiudica il premio Sergio Bardotti per il miglior testo.  

Angelina Mango, 8: E’ molto interessante, padrona del palco, una vera e propria promessa vocale, degna del padre Pino il quale, con la sua voce, ha contribuito a delineare lo stile della melodia italiana. Sono convinto che il futuro le riserverà molto successo anche perché mi sembra una ragazza con la testa sulle spalle. Deve solo migliorare la dizione andando a piallare le inflessioni del sud. Il brano musicale dal titolo “La noia” mi piace, fondato sullo stile colombiano che richiama la “Cumbia”. Vince il 74° Festival di Sanremo ed il premio Giancarlo Bigazzi per la miglior composizione. Degna di nota l’esibizione con il Quartetto d’archi dell’orchestra di Roma con il quale ha rievocato una brano musicale di Mango del 2002 “La rondine”. Pelle d’oca!  

Gazzelle, 7,5: Non avendone mai sentito parlare, avrei scommesso poco su questo ragazzo e invece sono rimasto colpito, sarà perché rappresenta i miei gusti melodici. In questa edizione dove si sentono molte canzoni “parlate”, il suo brano è un plauso per le orecchie di molti di noi che amano il motivetto all’italiana. Non è intonatissimo ma la sicurezza scenica gli consente di fare la sua discreta figura. Nato a Roma, influenzato dalla musica di Rino Gaetano e Cesare Cremonini, definisce il suo stile come Indie Pop. Il ritornello di “Tutto qui” si può cantare già dal termine dell’esibizione sanremese. Orecchiabile! 

2Stellerranti: «Mannoia con “Mariposa” è un inno alla Grande Madre»

Fiorella Mannoia, 10 con lode: Mariposa è un inno alla Grande Madre, intrigante rumba, ritmo africano e canto andaluso, perfetto per il suo timbro di contralto, c’è persino un accenno di palmas. Flamenco il gesto sul verso conclusivo “Sono orgogliosa e canto”. Un’altra ci avrebbe messo l’olé, lei ha troppa classe. Dizione adamantina. Si muove benissimo, ai tempi della Freccia nera fu la controfigura della Goggi nelle scene a cavallo. Iconica, quasi un quadro preraffaelita nel suo abito bianco e il viso intelligente incorniciato dai riccioli rossi, sposa, vecchia saggia, bambina. Madonna. Strega. Testo femminista antropologico. Splendido il doppiaggio per sordomuti della vercellese Martina Romano, tutta leggiadria e forza. In sintonia con l’artista.  

Diodato, 9: il suo brano è Ti muovi. Lui sì che sa cantare e tenere la scena. Svetta tra mugolii adenoidei, cappe barbariche di peluche e pigiamini in lamé celeste. La canzone è bella, melodica, parla d’amore, niente di nuovo ma è bella. Di quelle da secondo, pure terzo ascolto. Tutta farina del suo sacco, testo e musiche. Finale barocco enfatizzato dall’orchestra diretta dall’inossidabile Vessicchio. Nell’iniziatica lotta sanremese tra Luce, autogestita, e Tenebre capeggiate da Evil Queen Bertè, lui, tutto di biancovestito, si schiera con il bene. Unico neo l’acconciatura alla Cimabue, fai una cosa ne sbagli due.  

Ricchi e Poveri, 8: Ma non tutta la vita. Il Re e la Regina del disco liscio. Se soltanto si usasse ancora. Fioccone rosso, mossette e intrecci vocali, non poi così afoni, alla Abba di casa nostra. Trash e super trash, ma professionali in un’edizione del festival che, a tratti, pare la Corrida Dilettanti allo sbaraglio. Il Festival di Sanremo però non ama eccessivamente il duo, come dimostrano i sempre bravissimi Jalisse, troppo bravi forse per l’anima nazional popolare nostrana. Se soltanto fossero in America i Ricchi e Poveri sarebbero le star delle serate di beneficenza. Vive la difference! 

3Cesare Bonomi: «I La Sad scelgono la coerenza con un risultato più che positivo»

Annalisa, 7: con Sinceramente, doveva essere il suo Sanremo partendo tra i favoriti. Ma alla fine arriva solo terza, forse anche a causa del pezzo che per quanto sarà il suo ennesimo tormentone, non ne valorizza le doti canore, cosa che invece succede durante la serata cover dove spacca tutto con Sweet Dreams assieme alla Rappresentante di Lista. Spiace perché come voce e presenza è di un altro pianeta. Regina del celebrità.  

La Sad, 7,5: La paura è che tirino fuori una roba molto più sanremese di quello che fanno di solito, un emo punk dalle tante influenze. Invece con Autodistruttivo scelgono la strada della coerenza… e infatti finiscono nelle zone basse della classifica. Ma il pezzo fa diversi proseliti anche tra chi non li conosceva e in un pubblico di insospettabili, portano a casa un risultato più che positivo. E quindi, va bene lo stesso.  

Geolier, 6,5: Mi pare Milhouse (l’occhialuto personaggio dei Simpson, ndr), ma nato a Secondigliano. Io inizialmente non sapevo manco chi era, ma vince la serata cover e arriva secondo in classifica finale. Dati alla mano, per quanto non sia il mio genere, il suo pezzo, “I p’ me, tu p’ te” (con titolo e testo rigorosamente in napoletano) gira, lui sa tenere il palco, e al netto di tutte le polemiche forse forse quel posto magari se lo merita…  

Bonus della critica per Loredana Bertè, 8: Con Pazza l’ho vista decisamente meglio del solito, il brano la rappresenta al 100%, si sente da come lo canta, e questo a me è piaciuto. E poi voleva vincere per andare all’Eurovision in Svezia e far arrabbiare il suo ex marito, io mi inginocchio. Queen. 

4Luca Correzzola: «Sicuro che sentiremo parlare di Rose Villain anche in futuro»  

Il Festival di Sanremo 2024 non ha deluso le aspettative. Amadeus ha colpito ancora nel segno, regalandoci un festival degno della fama che sta avendo da dieci anni a questa parte.  Per fortuna la musica rimane cosa oggettiva e stare a discutere su chi sia stato il più bravo o la canzone migliore non avrebbe senso. Sicuramente Annalisa (terza classificata), Angelina Mango (risultata poi vincitrice) e Loredana Bertè (che si è aggiudicata il premio della critica Mia Martini intitolato a sua sorella) hanno portato sul palco dell’Ariston hit che sentiremo per molto tempo. Io vorrei invece soffermarmi su alcune canzoni meno “gettonate” e arrivate più in basso in classifica, ma che mi hanno  particolarmente colpito: tra queste, ne ho scelte tre. Ma al di là dei gusti personali, diversi per ognuno, la cosa che più conta è che finalmente si sono unite le diverse generazioni sia di pubblico che di artisti. Abbiamo un format artistico e televisivo credibile e che piace. Che dire? Forza Amadeus e viva il Festival!  

Ghali, 7: il rapper italo-tunisino originario del quartiere meneghino di Baggio era in gara con Casa mia. Bella melodia nelle strofe e ha un ritornello che ti fa “muovere”. Meritevole anche il testo, che ha molte frasi significative.  

Rose Villain, 6,5: il brano portato a Sanremo dalla cantante milanese è Click boom. Ottima la melodia nelle strofe, con un ritornello inaspettato e completamente differente che ti lascia di stucco al primo ascolto. Sono sicuro che sentiremo parlare di lei e della sua canzone a lungo. 

I Santi francesi, 7: Che voce! Ottima scoperta quella del duo piemontese: L’amore in bocca è un brano completo sia a livello ritmico, sia a livello melodico.