26 maggio, Domenica di Santissima Trinità

Nella domenica dopo Pentecoste la Chiesa ci fa ancora sostare al fonte battesimale, da cui hanno origine la nostra santificazione e il nostro cammino di conformazione a quell’amore che è l’essenza stessa del nostro Dio. Che cosa ci insegna il catechismo a riguardo della Santissima Trinità?
Che i cristiani vengono battezzati «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).

I cristiani sono battezzati «nel nome» e non “nei nomi” del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; infatti non vi è che un solo Dio, il Padre onnipotente e il Figlio suo unigenito e lo Spirito Santo: la Santissima Trinità. Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. E’ il mistero di Dio in se stesso. E’ quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede, è la luce che illumina. E’ l’insegnamento fondamentale ed essenziale nella “gerarchia delle verità” di fede.

Tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico: Padre, Figlio e Spirito Santo, il quale riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato.

Chiamando Dio con il nome di “Padre”, il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: che Dio è origine primaria di tutto e autorità trascendente, e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d’amore per tutti i suoi figli. Questa tenerezza paterna di Dio può anche essere espressa con l’immagine della maternità, che indica ancora meglio l’immanenza di Dio, l’intimità di Dio con la sua creatura. Il linguaggio della fede si rifà così all’esperienza umana dei genitori che, in certo qual modo, sono per l’uomo i primi rappresentanti di Dio.

Gesù ha rivelato che Dio è “Padre” in un senso inaudito: non lo è soltanto in quanto Creatore. Egli è eternamente Padre in relazione al Figlio suo unigenito, il quale non è eternamente Figlio se non in relazione al Padre suo: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27). Prima della sua pasqua, Gesù annunzia l’invio di un “altro Paraclito” (Difensore), lo Spirito Santo. Lo Spirito che opera fin dalla creazione, che già aveva «parlato per mezzo dei profeti», dimorerà presso i discepoli e sarà in loro, per insegnare loro ogni cosa e guidarli «alla verità tutta intera» (Gv 16,13). Lo Spirito Santo è in tal modo rivelato come un’altra Persona divina in rapporto a Gesù e al Padre.

Nel prefazio durante la celebrazione della Messa si scrive: «Con il tuo unico Figlio e con lo Spirito Santo sei un solo Dio, un solo Signore, non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Quanto hai rivelato della tua gloria, noi lo crediamo […]». L’invito del Deuteronomio vale per ciascuno di noi, rinato attraverso il battesimo: «Interroga pure i tempi antichi… vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa?». Fa eco la parola che Gesù rivolge ai suoi discepoli mentre si separa da loro:

Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

L’essenza del mistero di Dio si china su di noi e si fa compagno di cammino. L’apostolo Paolo con grande solennità non fa che confermare esistenzialmente ciò che è stato rivelato nel mistero pasquale di Cristo: «Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio».

Celebrare il mistero della Trinità non significa lanciarsi in chissà quali speculazioni intellettuali e numeriche, significa aprirsi al mistero della comunione che rende Dio talmente parte della nostra vita da renderci fratelli. Il catechismo insegna: «Il fine ultimo dell’intera economia divina è che tutte le creature entrino nell’unità perfetta della Beatissima Trinità. Ma fin d’ora siamo chiamati ad essere abitati dalla Santissima Trinità. Dice infatti il Signore: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”».

don Osvaldo Andreoli

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