5 maggio, sesta domenica di Pasqua

Prosegue in questa domenica il testamento donato ai discepoli in forma di discorso finale in cui risuonano le cose ultime e importantissime lasciate in eredità alla sua prole: coloro che porteranno avanti la vita da lui ricevuta. Il vangelo odierno presenta una ordinata scansione di temi.

Il dono è fonte della gioia. Dimorare nell’agape propria di Cristo è fonte di gioia, laddove l’amore (il suo) non è mai possesso o vincolo, ma dono senza tornaconto. Si può dunque comandare la gioia? Di certo no, tuttavia le modalità del conseguimento di una gioia autentica e non simulata o artificialmente costruita, sì, perché non è così scontato che vi si giunga consapevolmente, il più delle volte la si ricerca con affanno senza trovarla. A chi intende seguirlo con libertà, Gesù lascia il segreto della vita senza fine: il dono senza attesa di ritorno gratificante. La Legge rinnovata. In risposta a una domanda capziosa del dottore della Legge, Gesù aveva condensato la Legge in due precetti, il cui secondo poneva come metro di misura dell’amore al prossimo sé stessi. Ora, nella vita risorta, il metro di misura cambia: è il suo modo di amare senza misura, che di lì a poco sarà dispiegato come una pergamena inchiodata al legno della croce, aperto e manifesto a tutti.

Un amore che eleva da servi a familiari, in quanto la condivisione della vita è resa davvero piena, mediante lo Spirito che di lì a poco il Crocifisso effonderà sulla nascente Chiesa.

La responsabilità del dono. L’appartenere a Cristo è un dono, frutto di una elezione e di una scelta operata con profondo discernimento in una notte passata in solitaria sul monte in preghiera. In quella notte tutti sono stati chiamati ed eletti. Non tutti hanno risposto positivamente a quella chiamata. Ma ai suoi, nell’ora delle cose ultime che contano davvero, Gesù sottolinea la responsabilità del dono ricevuto. Tale dono richiede la condivisione: quel “dare frutto” che celebra la pienezza del culto divino nella vita trasformata. Paradossalmente Gesù afferma che il culto cristiano non si compie tra quattro mura sacre, ma nella sacralità della vita di tutti i giorni, dove la presenza di Dio si mostra nei singoli istanti di scelta della vita, in cui siamo messi al bivio se “dare” o “fagocitare” il frutto, se obbedire al comandamento del dono oppure allungare furtivamente la mano per rapinare, come nel peccato dell’origine.

Resta l’ultimo suggerimento che chiude la pagina: la preghiera come radicamento in Dio per essere produttivi, perché in fondo Il Risorto non lascia i suoi a bocca asciutta, e tuttavia lo fa coi suoi modi e i suoi tempi.

don Andrea Padovan

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