Speciale Pasqua / Mensa dei frati, argine alla povertà

Ad accogliere gli ospiti che si recano alla mensa di San Francesco c’è un lungo corridoio, che parte dalla statua di Padre Pio (posta sulla destra) e arriva fino ad un citofono. «Scusi, è qui per la mensa?» chiedo a un signore di mezza età che sta citofonando. «Ma per mangiare? Non lo so… Io sono qui per un’altra cosa». Il primo elemento, che sembra accomunare grande parte degli ospiti, è la vergogna di essere riconosciuti. «Una buona parte delle persone che frequentano il convento purtroppo si vergogna del fatto di venire a chiedere aiuto. Proprio per questo è molto importante avere tatto e ascoltare sempre, senza mettersi sulla difensiva ». É quello che mi spiega frate Giuseppe Fornoni, da meno di un anno guardiano del convento dei frati cappuccini di Vigevano e proveniente dalla provincia cappuccina di Milano.

ACCOGLIENZA L’ambiente che ho trovato dietro quel tao è molto conviviale: il profumo del pranzo si sente sin dall’ingresso e contribuisce alla creazione di un’atmosfera accogliente. «La realtà della mensa di questo convento è molto diversa da quella delle città più grandi: io provengo da un’esperienza che è quella di Milano, dove in una mensa arrivavano, in un giorno, tra pranzo e cena, oltre 3000 persone. Vigevano è caratterizzata da un numero costante, una quarantina di persone. L’aggiunta degli ultimi tempi, conseguente all’aumento della povertà, è quella di dare la possibilità agli ospiti di portare il cibo a casa».

COMUNIONE Entrando nel luogo adibito alla sala da pranzo si vede subito l’importanza che i frati e i volontari laici danno alla relazione. Gli ospiti infatti sono anche invitati a partecipare alla vita della comunità parrocchiale: dalle semplici messe alle altre iniziative è subito palese la volontà di dare continuità a quello che, agli occhi meno attenti, può sembrare un semplice pranzo. Ogni persona, mangiando, rivela tratti della sua personalità: da Guido (nomi di fantasia) taciturno e seduto lontano da tutti gli altri ospiti, a Giovanni che, avendomi già visto all’entrata (era lui l’ospite impacciato all’ingresso) mi saluta riconoscendomi».

I VOLONTARI Oggi è il turno di tre volontari. «Non ho molto da dire – racconta uno di loro – per me questa è un’attività importante, la faccio da tanti anni e, ora che sono in pensione, posso dedicarci molto più tempo. Quando parli con queste persone capisci che i problemi che ognuno di noi affronta del quotidiano non sono nulla a confronto dei loro». Mentre il secondo, che non vuole rilasciare dichiarazioni, si limita ad annuire, interviene l’altra volontaria: «Un loro “grazie” o anche solo un loro sorriso sono la cosa che più riempie il cuore, è davvero qualcosa capace di aprirti il mondo».

ALLA PORTA A pochi minuti dall’arrivo del pasto entra in refettorio una ragazza, molto giovane, di origini sudamericane. «Posso mangiare qui?» chiede con voce timida. É nuova alla mensa e i volontari, assieme a fra Giuseppe, le fanno qualche domanda “di rito” per conoscere la sua condizione. Michelle ha un bambino di un anno e, soffocata dalle difficoltà economiche, dice di essersi già rivolta alla Caritas. Si presenta con una macchinina di quelle in plastica (uno dei giochi della figlia) e ogni suo movimento sembra un passo felpato imbottito di timidezza. «Questa è una delle situazioni in cui è importante mettere in campo la dote dell’ascolto – mi dice successivamente fra Giuseppe – senza preconcetti». I volontari fanno accomodare Michelle (che è accolta anche dagli altri ospiti) e a fine pasto la indirizzano all’ingresso di via Pisani 8 dove, con cadenza mensile, si può chiedere un pacco alimentare a lunga conservazione e prodotti domestici di vario tipo.

Edoardo Casati

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