Quaresima, il tempo del digiuno

Quaresima. Il tempo dei quaranta giorni. L’unico tempo penitenziale della Chiesa Cattolica Romana. Altre Confessioni Cristiane hanno diversi tempi detti “del digiuno”, come ad esempio la Chiesa Ortodossa che ha almeno quattro periodi penitenziali, di diverse settimane ciascuno: il più forte, il “grande digiuno”, corrisponde alla nostra quaresima, e comporta una seria astensione dal cibo e da altro.

TROPPO BREVE Noi “latini” abbiamo vissuto il digiuno in modo vigoroso solo nei secoli che vanno dal V al XIII, poi abbiamo avviato una pratica penitenziale nuova attraverso il sacramento della Confessione: è diventato questo sacramento la forma penitenziale più alta, con la sua scrupolosa elencazione dei peccati gravi, persino nel genere e nel numero, e pure quelli veniali (vedi Diritto Canonico, canone 988) ovvero è diventato il luogo della presa di coscienza – e quindi della vergogna – per il male commesso, un vero atto penitenziale. Che però dura il tempo di una confessione. La penitenza è un piccolo gesto da eseguire dopo, in genere una preghiera, che non impegna più di tanto… paradossalmente la penitenza è diventata “un gioco da ragazzi”, che dura pochissimi minuti.

PRATICA QUOTIDIANA Non era così nella Chiesa Antica, quando non esisteva ancora la Confessione individuale come oggi è conosciuta. La conversione era un vero e proprio percorso, che comportava un “fare penitenza” attraverso alcuni gesti del corpo, supportati da una buona coscienza, che permettessero di rinnovare il cuore e la carne, dopo giorni e giorni di “fatica”. Così chi si sapeva peccatore, accettava di compiere alcuni atti specifici (preghiera costante, digiuno vero, atti di carità, maggiore presenza presso la propria chiesa) per quaranta giorni, al termine dei quali soltanto riceveva la assoluzione dei peccati. La pratica dei quaranta giorni conduceva a coinvolgere il proprio corpo, a farlo “sudare”, a porlo accanto ai corpi delle altre persone nella vita comunitaria in parrocchia, a metterlo a servizio del bene con un forte impegno personale, fin eccessivo. Il penitente sentiva allora crescere il desiderio di portare a compimento le fatiche, e non vedeva l’ora che venisse Pasqua anche per sentirsi “libero” finalmente di tornare alla normalità.

CONCRETEZZA La cosa non deve stupirci: abbiamo bisogno di fare certe esperienze fisiche, oltre che mentali, per poter vivere in profondità certi aspetti importanti della vita. Vi faccio un esempio. C’è un metodo educativo che invita non a chiedere un semplice “scusa”, ma a compiere dei gesti di riparazione, che comportano la fatica di accogliere il proprio sbaglio per imparare a superarlo: se mio figlio ha rotto la finestra del vicino, non basta che lui chieda “scusa” al vicino, ma occorre che tolga dalla sua paghetta settimanale quanto è necessario per arrivare a pagare la finestra nuova. Solo così mio figlio imparerà a stare attento in una successiva occasione, perché avrà capito – a proprie spese, con le rinunce che una mancanza di libertà economica comporta – che il mio sbaglio non si ripara senza che io vi partecipi personalmente. Il metterci la faccia mi fa prendere coscienza di come fare per non sbagliare più: non vedo l’ora che finisca la penitenza che sto facendo, ma poi mi impegno a non rompere più altre finestre.

PALESTRA «Più ci soffri più guadagni» dicono i palestrati di oggi. Vale anche per le cose dello spirito. Ecco la quaresima ha esattamente questo intendimento! Occorre fare fatica per superare il proprio male, per vederlo e saperlo combattere. Ed è proprio la liturgia quaresimale a fare da maestra. L’invito è ad andare alla chiesa spesso in quaresima, possibilmente tutti i giorni, per l’assemblea comunitaria, per la Messa, o per le lodi e i vespri (sarebbe bello ci fossero in tutte le parrocchie!) o per il rosario. La via crucis è un ottimo esercizio. La carità operosa che si infittisce per quaranta giorni è uno splendido allenamento. «Più ci soffri più guadagni». Viviamo la Quaresima intensamente! E arriveremo a Pasqua davvero rinnovati, allora ci confesseremo e sentiremo la libertà che Cristo è venuto a portarci.

don Luca Girello

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