Viaggio in Paese / Nicorvo, pellegrini tra le risaie

A Nicorvo l’aria ha un sapore lento, quasi d’altri tempi. È uno di quei paesi dove il silenzio non è vuoto, ma pieno: di risaie, di nebbie che al mattino sembrano sospese, di strade dritte che tagliano la pianura.

UN PUGNO DI CASE Parliamo di poco meno di trecento anime: 295 per l’esattezza, che nel 2018 erano 282. E proprio per questo la comunità è stretta, nel senso più umano del termine: ci si conosce tutti, ci si incrocia al bar dopo la messa, ci si dà una mano senza troppi proclami. E poi c’è un dettaglio che lo rende speciale: non è un paese chiuso, perché è attraversato dalla Via Francigena. Il percorso taglia proprio il centro del paese, sfiorando la chiesa, la Madonnina, le case basse. E questa presenza cambia tutto. Non è turismo rumoroso, ma un passaggio discreto: zaini, biciclette, scarpe impolverate, gente che arriva stanca e riparte all’alba. Dal 2006 c’è addirittura un piccolo ospitale gestito da volontari, che aprono le porte senza farne una bandiera. Negli ultimi anni i pellegrini sono stati addirittura più degli abitanti, centinaia ogni stagione: un paese di meno di trecento persone che, a ondate silenziose, accoglie il mondo. C’è chi arriva dalla Francia, chi dalla Svizzera, chi da molto più lontano.

il sindaco Michele Ratti

Qualcuno si ferma una notte, qualcuno solo per un timbro sul passaporto del pellegrino. Ma tutti lasciano qualcosa: una storia, un accento, un saluto. E così Nicorvo vive in uno strano equilibrio radicato nella terra, ma attraversato dal cammino. È un paese che non cerca nulla, e proprio per questo ogni tanto trova qualcuno. Il sindaco Michele Ratti sembra cucito addosso al paese: discreto, poco incline alle scenografie. È nato a Milano nel 1965, ma ha scelto la Lomellina per restarci. Dirige una Rsa a San Genesio ed è sindaco dal 2018: segno che, in un paese dove tutti si conoscono, la fiducia non è teorica ma quotidiana. Ratti è diventato un piccolo caso perché ha scelto una strada controcorrente: far funzionare il Comune senza dipendenti fissi. Dopo il pensionamento dell’ultimo impiegato non ha bandito concorsi, ma ha costruito una rete di collaborazioni con i paesi vicini: qualche ora di ufficio qui, un servizio condiviso là. Detta così sembra un taglio, ma lui l’ha sempre raccontata come una misura di realtà: in un paese con meno di trecento abitanti, l’apparato può essere leggero, quasi “a chiamata”.

L’IDENTITÀ DEL LUOGO C’è poi un altro particolare: la difesa dell’identità del paese. In un territorio dove tanti piccoli comuni pensano alla fusione, Ratti ha sempre tenuto una linea opposta. Nicorvo deve restare Nicorvo. Non per nostalgia, ma per una specie di orgoglio quieto: l’idea che anche un micro-paese possa reggersi in piedi da solo, se sa muoversi bene tra bandi, risorse e relazioni. «E infatti — spiega — negli anni sono arrivati finanziamenti, lavori pubblici, interventi. Siamo demograficamente in controtendenza». Negli ultimi mesi sono nate due bambine e nuovi nuclei familiari hanno acquistato casa. Nei prossimi giorni poi aprirà un’attività commerciale: principalmente macelleria e salumeria, ma anche market con tantissimi articoli ed un angolo con frutta e verdura. Se lo si guarda dentro il paesaggio, Ratti sembra uno di quei sindaci di pianura: più amministratore che politico, più custode che protagonista. Tiene aperta la porta, senza alzare la voce, e governa un paese che, come lui, non ha fretta di diventare altro. 

Una coppia da Lecco: «Guardando il paesaggio ritrovi te stesso»

Serena e Marco

Serena Ghezzi e Marco Panzeri vengono da Lecco e sono diretti al santuario della Bozzola di Garlasco. Sono arrivati a Nicorvo in treno, e da qui proseguiranno a piedi, con tanto di passaporto del pellegrino timbrato alla chiesa della Madonnina. Non è la prima volta che affrontano un pellegrinaggio: «Abbiamo fatto Viterbo-Roma – racconta Serena – e ogni volta è un’esperienza unica. In Toscana ci hanno anche regalato della frutta, lungo la strada si incontra tanta brava gente». E panorami mozzafiato. Come quello che dalla stazione di Nicorvo porta al centro abitato: circa un chilometro di strada, costeggiata da due rogge. Oggi poi il cielo è limpido, e oltre le risaie popolate di aironi si vedono le Alpi.

Amiamo il turismo lento, – spiega Marco – quello che ti porta a camminare nei paesini. C’è un fondo di spiritualità, un discorso di fede: guardando il paesaggio, ragioni con te stesso e ritrovi l’essenziale. 

Pistacchio, il gatto portafortuna del paese

il micio Pistacchio

La Caffetteria dell’Ortica, gestita da Maria Grazia Boverio e dal marito Paolo Piovani, è il centro di primo smistamento per i pellegrini che poi pernotteranno all’Ospitale, fornito di una decina di letti. Qualche posto c’è anche al piano superiore del bar-caffetteria, attrezzato come una vera e propria locanda. “Ma prima viene l’ostello”, spiega Maria Grazia, che nella struttura di proprietà della diocesi vigevanese presta la propria opera come volontaria. Chi alloggia all’Ospitale (dotato anche di una attrezzatissima cucina) lascia un’offerta libera, ma quando i posti sono esauriti subentra il locale della famiglia Piovani. Che ha una particolarità: ad accogliere gli avventori del bar, sulle cui pareti sono appese foto d’epoca di Nicorvo in bianco e nero, c’è uno splendido gatto tigrato di nome Pistacchio. «E’ di un vicino che abita qua dietro – raccontano i coniugi Piovani – ma ormai ci ha “adottato” ed è diventato la mascotte portafortuna del paese”. 

Il tempo di una notte, il peso di un incontro

L’ostello di Nicorvo — che in realtà si chiama Ospitale Madonna del Patrocinio e San Terenziano — è uno di quei luoghi che sembrano usciti da un’altra epoca, più che da una guida turistica. Sta nel cuore del paese, dentro la canonica (il parroco è don Riccardo Campari) affacciato su una piazza che sembra aspettare i passi lenti dei pellegrini. Ad attirare i visitatori anche un’imponente magnolia secolare, dietro al santuario del Patrocinio, che è stata recentemente attenzionata dal Fai, il Fondo per l’ambiente italiano, come “luogo del cuore”.

Per questa pianta — spiega il sindaco Ratti — vorremmo mettere un cartello come quelli che sulla Via Francigena segnalano luoghi e monumenti di interesse.

Quello di Nicorvo non è un ostello nel senso moderno del termine, ma qualcosa di più semplice e più vero: un ospitale, come quelli medievali, un rifugio essenziale lungo la Via Francigena dove si arriva stanchi e si trova quel che serve — niente di più, niente di meno. Dentro ci sono pochi letti, una decina circa, in camere condivise, una doccia, una cucina semplice, uno spazio per le biciclette. La cosa più bella, però, non è la struttura ma le persone: l’ostello vive grazie ai volontari del paese, che da anni aprono e chiudono quella porta con naturalezza, come fosse casa loro — perché in fondo lo è. Dal 2006 si tramanda questo gesto semplice: accogliere chi passa. E poi c’è il dettaglio che racconta tutto: è a offerta donativa. Non c’è un prezzo fisso, lasci quello che puoi, quello che senti, in una forma di scambio che somiglia più a un incontro che a un pagamento.

Al tramonto arrivi con la luce bassa sulle risaie, entri in paese, trovi una porta socchiusa, qualcuno ti dice «accomodati». Non c’è reception, non c’è formalità, solo un letto, una parola, magari una cena semplice. È una tappa breve, quasi invisibile sulla mappa, ma per molti pellegrini resta impressa più di altre, perché lì l’accoglienza non è un servizio: è un gesto, e dura il tempo di una notte, ma ha il peso di un incontro. 

Davide Zardo

 

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