Osservatorio 01-08/ Gaza, quale alternativa?

«Seguo con molta preoccupazione la gravissima situazione umanitaria a Gaza, dove la popolazione civile è schiacciata dalla fame e continua ad essere esposta a violenze e morte. Rinnovo il mio accorato appello al cessate il fuoco, alla liberazione degli ostaggi e al rispetto integrale del diritto umanitario».

IL CASO Così si è espresso papa Leone XIV dopo l’Angelus di domenica scorsa e, anche se può essere fastidioso distogliere dal tempo sospeso estivo, giova ricordare che su un’altra sponda di quello stesso mare dove si affacciano milioni di turisti si affolla un popolo che sta subendo una punizione collettiva per il pogrom del 7 ottobre perpetrato da Hamas. Nei giorni scorsi una foto, pubblicata dal Daily Express, è diventata un’icona di quanto accade: ritrae Mohammed, un bambino che a dicembre dovrebbe compiere due anni, se non sarà morto di fame prima; una foto che non ha senso spiegare, occorre solo guardarla. Sì, Mohamed soffre di atrofia muscolare, quindi non tutti i bambini di Gaza si trovano nelle sue medesime condizioni, ma quanto diverse dovranno essere per non dover ammettere di soffrire di atrofia morale? Secondo la “Integrated Food Security Phase Classification” (Ipc), un indice sviluppato dalla Fao, già a maggio il 12% della popolazione di Gaza si trovava in “Fase 5” ovvero di «catastrofe, carestia con prove solide», con un altro 44% in “Fase 4” cioè di «emergenza».

NUMERI Si tratta di 1.17 milioni di persone e non sono nemmeno le più “sfortunate” della terra, visto che condizioni simili le vivono milioni di persone che vivono tra Mali, Ciad, Sudan e Sud Sudan, Yemen, Repubblica Centrafricana, Mozambico, Haiti, tutti i punti che la cartina dell’Ipc indica in rosso acceso o scuro. Secondo i dati raccolti da Ispi, a luglio 2025 il rapporto tra cibo in ingresso nella Striscia e fabbisogno effettivo rientra nell’ambito dello «ammanco calorico», il grado precedente la «carestia». Per l’Ipc entro settembre quasi un quarto della popolazione (22%) potrebbe essere in “fase 5” e quindi alla «catastrofe», con quasi otto gazawi su dieci che potrebbero essere tra l’emergenza e la carestia vera e propria (76%). Secondo l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (che usa dati del Ministero della sanità di Gaza) almeno 147 persone sono già morte per malnutrizione, di cui 88 bambini, ma anche per chi si reca nei punti della “Gaza Humanitarian Foundation”, l’unica organizzazione a cui il governo israeliano ha affidato la distribuzione degli insufficienti aiuti umanitari (meno di un quarto del fabbisogno alimentare),

non va meglio: 1060 i morti e 7027 i feriti mentre tentavano di procurarsi del cibo da fine maggio.

SOLIDARIETA’ Il World Food Programme da maggio alla scorsa settimana ha consegnato 22mila tonnellate di alimenti a fronte di 62mila mensili richieste per una popolazione di 2.1 milioni di individui che consumano legumi e cereali circa 4 giorni a settimana, un giorno olio, meno di un giorno verdure e zucchero, mai latticini, frutta o cibi proteici. Anche perché un chilo di zucchero oggi costa il 7795% in più rispetto a prima del conflitto, un sacco da 25 chili di grano +300% rispetto a febbraio. Questo è il contesto in cui è maturata la decisione del presidente francese Emmanuel Macron di riconoscere lo stato di Palestina a partire da settembre, annunciata lo scorso venerdì.

emergenza Terra Santa

IN OCCIDENTE La Francia diventerà il primo paese del G7 a riconoscerlo, unendosi ai 147 che già lo hanno fatto (su 193 aderenti all’Onu, tre quarti). Chi non lo riconosce? Il cosiddetto “Occidente”. Italia, Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Grecia, Portogallo, le repubbliche baltiche, Austria, Svizzera, Croazia, Moldova, Canada, Australia, Corea del Sud, Giappone, Nuova Zelanda, oltre a Israele, Messico, Myanmar, Camerun, Eritrea, Armenia, altri come Isole Salomone, Fiji, Samoa. La mossa francese è stata duramente contestata da Israele e Stati Uniti, nonché da chi la ritiene tardiva e/o ipocrita, ma nel mondo diplomatico è stata colta come un passaggio significativo, tanto da aver innescato una riflessione analoga nel Regno Unito: altro paese del G7, il primo ministro Starmer ha annunciato che anche i britannici a settembre riconosceranno la Palestina a meno che Israele non arrivi prima a un cessate il fuoco con termini molto stringenti. Due prese di posizione che pesano e infatti 14 paesi tra cui Canada, Australia, Finlandia, Nuova Zelanda, Andorra, San Marino e Portogallo, Svizzera hanno annunciato di star valutando il riconoscimento. «L’abbiamo già riconosciuto, è “da mo’”, come dite voi, che l’abbiamo riconosciuto – ha commentato sul tema il segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin – Quindi quella per noi è la soluzione, riconoscimento dei due Stati, che vivano vicini uno all’altro, in autonomia, ma anche in collaborazione e sicurezza». Per il governo italiano il passo transalpino è «prematuro», non così per il cardinale Parolin:

Perché prematuro? Secondo noi la soluzione passa attraverso il dialogo diretto tra le due parti in vista della costituzione di due realtà statali autonome, certo che diventa sempre più difficile anche per la situazione che si è creata in Cisgiordania.

ARMI È vero che oggi, con oltre 60mila morti e solo il 29.6% delle infrastrutture integre nella Striscia, sembra improponibile, senza considerare la situazione della Cisgiordania, in cui gli insediamenti illegali di coloni israeliani hanno trasformato il territorio formalmente sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese in migliaia di coriandoli, i due Stati sembrano un’utopia, ma qual è l’alternativa? Cosa crescerà tra le macerie di Gaza in alternativa se non odio e risentimento per altre guerre? «La pace non nascerà dalle bombe o dalle decisioni dei governi, ma dalla capacità di guardarci negli occhi, di riconoscerci fratelli», ha detto il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, aggiungendo: «Torno ora da Gaza, e vi dico che ciò che ho visto è indescrivibile. Distruzione totale, fame, mancanza di cure, bambini senza scuola, ospedali distrutti. Ma in mezzo a questo inferno, ho visto gli uomini miti di oggi: gente che rischia la vita per aiutare, bambini che raccontano di essere stati salvati da Gesù nonostante le ferite, persone che condividono il poco che hanno. Anche in Israele ci sono miti che aiutano, e non dobbiamo generalizzare». Per questo «il nostro compito è non lasciare che il dolore occupi tutto il cuore, ma tenere viva la speranza attraverso gesti concreti di umanità. Questo è ciò che conta davvero, ed è questo che ci salverà». È un appello che vale soprattutto per l’Occidente, sia perché dove non entra il cibo in questo momento entrano armi che forniscono a Israele gli Stati Uniti (66%) e la Germania (33%; fonte Sipri), con l’Italia come terzo esportatore anche se con percentuali minime, sia perché è stato l’Occidente a ispirare e volere che fossero sanciti su scala mondiale molti dei diritti che oggi sono violati in Medio Oriente. Gesti concreti, perché i muscoli che non si usano col tempo si atrofizzano; anche quello morale.

Giuseppe Del Signore

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