C’è un canto salesiano che recita così: «La vecchia fontana nel grande cortile non getta più acqua e tu aspetti qualcuno che ancora racconti l’Amore alla gioventù». È difficile non pensare a quelle parole entrando in questi giorni nella cattedrale di Vigevano. Basta fermarsi davanti all’altare maggiore. Lo sguardo cade su quello spazio che per tanti anni, proprio in questo periodo, era occupato dal grande tappeto delle ordinazioni presbiterali.
Oggi quel tappeto non c’è più. E quel vuoto parla. Da troppo tempo la Chiesa di Vigevano non conosce la gioia di una nuova ordinazione presbiterale. Ma se Dio continua a chiamare, la domanda è: cosa è cambiato nel terreno? Perché il seme sembra non trovare più spazio per mettere radici? Forse il problema non è soltanto la scarsità della semina, ma la sterilità di comunità che faticano a generare nuova vita. È facile individuare nella crisi della famiglia una delle cause principali di questa aridità. Ma non può essere l’unica risposta. Per comprenderlo occorre lasciarsi interrogare proprio dal Vangelo. Gesù contempla la folla «stanca e sfinita, come pecore senza pastore», e pronuncia parole che attraversano i secoli:
La messa è molta, ma gli operai sono pochi.
Colpisce ciò che segue. Il Signore non propone strategie, né nuovi modelli organizzativi. Dice semplicemente: «Pregate il padrone della messe perché mandi operai alla sua messe». Forse è proprio qui che abbiamo smarrito qualcosa di decisivo. Per troppo tempo la preghiera è stata relegata a una delle tante attività della vita comunitaria, mentre avrebbe dovuto rimanerne il respiro. Gli Atti degli Apostoli descrivono una comunità che trova il proprio centro nell’ascolto della Parola, nello spezzare il pane, nella comunione e nella preghiera. È da lì che nasce ogni fecondità. Gli stessi Atti suggeriscono anche un’altra riflessione. Pietro comprende che l’apostolo non può fare tutto.
Per questo gli Apostoli affidano altri servizi, scegliendo di custodire ciò che è essenziale: dedicarsi alla preghiera e al ministero della Parola. È difficile non domandarsi se oggi il sacerdote riesca ancora a vivere questa priorità, schiacciato da incombenze amministrative, organizzative e gestionali. Alla domanda «Che cos’è un prete?» troppo spesso rispondiamo elencando tutto ciò che fa, molto più raramente ricordando chi è. Ma questa riflessione coinvolge inevitabilmente anche la crisi della vocazione laicale. Il Concilio ha restituito ai fedeli la grandezza della loro missione nel mondo ma quella corresponsabilità troppo spesso fatica a tradursi in disponibilità concreta e autentico servizio. Una comunità nella quale tutto continua a ricadere sul sacerdote difficilmente riuscirà a generare nuovi sacerdoti. E allora forse la fontana non è davvero prosciugata. Forse attende soltanto che qualcuno torni alla sorgente. L’attesa di chi racconti ancora l’Amore ai giovani non riguarda soltanto il seminarista chiamato a dire il proprio «eccomi». Riguarda ogni battezzato, perché una vocazione nasce sempre dall’incontro con una comunità che vive sul serio il Vangelo. E forse la domanda decisiva non è quando torneranno le ordinazioni, ma interpella ciascuno di noi: le nostre comunità stanno ancora generando uomini e donne capaci di dire a Dio il loro «eccomi»?
Don Carlo Cattaneo

