Osservatorio 09-02 / Il ras delle periferie

Un secolo fa il lomellino Cesare Forni era espulso dal Partito nazionale fascista. Ma chi era Forni? Nome noto a studiosi e appassionati di storia, è sconosciuto alla maggior parte del pubblico. Eppure il ras della Lomellina fu una delle figure di spicco del fascismo delle origini, capace di organizzare una delle milizie più importanti nell’ambito del fascismo agrario, al punto da essere designato come ispettore generale delle squadre di Piemonte, Lombardia, Liguria e Veneto durante la marcia su Roma.

Nonostante questo si tratta appunto di una figura negletta, così come negletto è il ruolo della Lomellina agli albori delle camice nere, tanto che Pierangelo Lombardi, ricercatore dell’università di Pavia intervistato da Umberto De Agostino, sottolinea: «A me pare ancora illuminante, se vogliamo capire il processo che portò all’avvento e al consolidamento del fascismo al potere, proprio il “paradigma pavese” o meglio lomellino-pavese. Ancor più illuminante di paradigmi ben più noti, conosciuti e celebrati (Bologna, Ferrara, Cremona)».

Forni dapprima è l’organizzatore del fascismo pavese, nella fase decisiva dell’avvento al potere, e poi sarà l’unico dissidente a essere eletto deputato nel 1924.

Di lui si occupò tra gli altri anche il giornalista Giampaolo Pansa. Forni iniziò la sua parabola discendente quando si schierò contro l’inclusione nelle liste elettorali del Pnf di candidati che non avevano una lunga militanza alle spalle; si era nel 1923, a livello locale la posizione nascondeva anche lo scontro tra il prevalente fascismo agrario – grandi proprietari e affittuari – di cui Forni era il principale esponente, e quello borghese-contadino, ma “il capitano” (soprannome risalente al ruolo nella prima guerra mondiale) non aveva capito in che direzione soffiava il vento: fu espulso dal Pnf a febbraio del ’24.

A questo punto Forni, che pure per tutta la vita si sarebbe riconosciuto nella figura di Mussolini, decise di candidarsi in una lista indipendente, unico eletto in Parlamento tra i dissidenti (in provincia ottenne il 9.2% dei voti). Fu l’ultimo lampo: incapace di prendere le distanze dal Duce, che pure aveva ordinato il suo pestaggio in marzo a opera dello stesso commando che a giugno avrebbe assassinato Matteotti, si alienò il sostegno dei dissidenti e divenne marginale fino al ritiro a vita privata. Che senso ha ricordare questa figura? Da un lato è significativo a distanza di un secolo sottolineare un episodio importante della storia locale – la dissidenza di Forni fu tra i motivi per cui Mortara non ebbe mai la designazione a capoluogo di provincia, promessa da Mussolini – dall’altro rappresenta l’occasione per riportare alla luce il ruolo che le campagne ebbero in un contesto storico decisivo per la storia d’Italia. Si tende a pensare alle aree agricole come zone depresse e ai margini della mappa, eppure anche oggi è proprio da queste “periferie” che muove una nuova protesta, quella dei trattori. Nessuna similitudine: leggere un’epoca con le lenti di un’altra è esercizio complesso che può essere fuorviante, ma quanto accaduto tra il biennio rosso e la violenza squadrista invita a non sottovalutare le istanze che arrivano anche dalla “periferia”. E’ legittimo che le persone possano avere paura, sentirsi minacciate, temere per futuro, lavoro, famiglie, compito della politica è dare una risposta a queste esigenze, non contraddicendo se stessa. Il prezzo è perdere credibilità e alimentare il disorientamento.

Giuseppe Del Signore

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