Osservatorio 09-05 / Comunicare… nel deserto

«Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore» (Gv 1,23). Non sono le prime parole che vengono in mente quando si pensa alla realtà delle comunicazioni. E la figura che le pronuncia, Giovanni Battista, non è certo un modello appetibile di “esperto” del settore. Lui, duro, isolato dal mondo, fuori dal contesto sociale e, diciamolo pure, quasi scostante e irritante sarebbe più un impresentabile che un’icona da offrire al vasto pubblico.

La Chiesa in fondo ha seguito questo filone di pensiero e all’austero eremita dal deserto, ha preferito il più artistico e “politicamente corretto” arcangelo Gabriele come patrono dei comunicatori sociali per il Nuovo Millennio. Misteri delle alte sfere o più semplicemente cliché di un pensiero che preferisce uno stile solenne e formale per annunciare agli altri la verità. E questo in controtendenza rispetto “al mondo”, dove ogni messaggio, ogni contenuto (soprattutto quelli inconsistenti o ideologici) è veicolato con un’aggressività e una violenza che trascendono molte volte i limiti del buongusto. Se il confronto tra questi due stili potesse essere reso con un’immagine cinematografica si potrebbe optare nel primo caso per una scena di danza rinascimentale con tanto di musica di liuto in sottofondo, mentre nel secondo per un’ambientazione underground accompagnata da un roboante pezzo rock.

Superfluo chiedersi quale delle due otterrebbe l’effetto di rimanere impressa, magari anche solo per repulsione o per reazione istintiva, nella mente dello spettatore. Senza creare scandalo si potrebbe dire che la missione del “comunicatore cristiano” (espressione terribile per indicare quanti desiderano operare pastoralmente nel campo delle comunicazioni sociali) sia più quella di provocare e addirittura urtare piuttosto che tranquillizzare e generare serenità. Del resto è Gesù stesso nel Vangelo a dire «sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso» (Lc 12,49) e ancor di più

pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione (Lc 12,51).

Parole che infiammano, questo sulle labbra e nella penna di chi vuole portare la Chiesa nell’agone dei media di oggi. Non per uniformarsi allo stile della massa, o per colpire a tutti i costi, ma per consapevolezza di una “verità che scotta”, di “un sale” che brucia la dove c’è qualche ferita, di cui si è scomodi portatori. E allora ben venga la durezza di Giovanni Battista, che ha il coraggio di leggere la storia del suo tempo, le vicende politiche, le situazioni sociali con l’occhio penetrante di chi sa cogliere ciò che è in dissonanza con un progetto più grande e indicare la strada, dura e fastidiosa, di un ritorno ad un’umanità più vera. Di questo oggi c’è bisogno di queste figure oggi la Chiesa necessita per una presenza comunicativa credibile. Una missione pesante, ma una missione da uomini, che forse potrebbe mandare in pensione il raffaelliano Gabriele per sostituirlo con uno sgraziato “outsider” senza fissa dimora.

Don Carlo Cattaneo

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