Osservatorio 12-03 / Benedire è visitare

È una tradizione ormai radicata nelle nostre comunità, eppure sembra oggi in alcuni luoghi quasi destinata a scomparire per la mancanza di sacerdoti, con grande rammarico di una buona parte dei “fedelissimi”. È la benedizione pasquale delle famiglie, un rito antico che, pur variando nei modi e nei tempi, scandisce la quotidianità di aprile e maggio delle terre lomelline. Liturgicamente si colloca dopo la Solenne Veglia pasquale, come dono di quella “acqua nuova”, benedetta nella notte della Risurrezione.

Un tempo, prima del Concilio Vaticano II, quando i riti della Settimana Santa erano celebrati al mattino, il sacerdote nei paesi iniziava appena terminata la funzione del sabato a portare casa per casa la grazia del Risorto, raggiungendo le famiglie che erano nelle condizioni di riceverla (ossia quanti frequentavano i sacramenti e non vivevano in situazioni “irregolari”) e tornando a casa con un paniere carico di uova, portate a fatica dal chierichetto che lo accompagnava. Cambiano i tempi e i contesti e la prassi della “benedizione delle case” diventa uno strumento per cercare di raggiungere tutti, specialmente i “lontani” (quelli prima esclusi dalla visita pasquale) per creare un contatto, conoscere le situazioni o anche semplicemente tendere una mano per esprimere vicinanza. Anche la società però si trasforma e le porte che prima la Chiesa non voleva aprire, si chiudono adesso in faccia alla Chiesa.

Tanti rifiutano la visita del sacerdote, a volte con cortesia, a volte in modi bruschi, alle volte semplicemente con indifferenza. Si crea allora la “benedizione a richiesta” (solo per chi la desidera e si segnala in parrocchia) o la “benedizione del padre di famiglia” (con un kit di acqua benedetta e preghiera da recitare tra le mura domestiche). Escamotage fantasiosi, ma resi necessari dalle contingenze dei tempi. Resta però una domanda, a fronte di richieste ossessive che sfiorano la superstizione o di “salti in avanti” che archiviano questa pratica come obsoleta e priva di senso:

quale spazio ha ancora la comunità per offrire una parola di speranza o un segno di disponibilità all’incontro che sia veramente capillare e aperta a tutti?

Se i teologi sentenziano che ormai la figura del “prete pastore” sta scomparendo, soffocata dall’inconsistenza di un gregge che si riduce sempre più, quella emergente del “prete fratello tra fratelli” chiede, forse ancora di più, di trovare occasioni informali in cui, uscendo dai luoghi istituzionali, l’uomo “di Dio” incontra l’uomo “amato da Dio”, che ancora non è consapevole di questo dono. Ma se bussare ad ogni porta per gettare un po’ di acqua fra le mura domestiche oggi è un segno non più compreso o non più possibile, occorrerà trovare nuove forme perché ridursi a un cattolicesimo “a richiesta”, quasi un servizio tra gli altri, soffoca terribilmente le esigenze dell’annuncio a cui siamo chiamati.

Non occorrono formule o segni liturgici. Se un saluto è bastato a Maria per “riempire di gioia” la cugina Elisabetta, un “salto” verso il prossimo, una visita per un augurio possono diventare un valido “portare Cristo” ai fratelli, accessibile ad ogni battezzato. Anche questa, in fondo, è benedizione.

Don Carlo Cattaneo

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