Incollati agli schermi televisivi e agli smartphone, per una buona ragione questa volta. Tutti gli sguardi fissi sul camino e sulla fumata bianca che poteva annunciare un nome destinato, in un modo o nell’altro, a segnare la storia — non solo di quella porzione di umanità che è la Chiesa Cattolica, ma anche di ogni uomo e donna, credente o meno — destinata a incrociarsi con quell’uomo vestito di bianco che si sarebbe affacciato dalla loggia della basilica di San Pietro. Un’educazione all’attesa, così necessaria e direi purificante, per una società odierna tormentata dalla bulimia di notizie e sempre meno capace di sopportare il peso del silenzio e la pedagogia del tempo.

La sfida del Conclave è lanciata non solo ai cardinali chiamati ad eleggere il Vicario di Cristo, ma a ogni persona (perché gli occhi di tutti, davvero, in quei giorni erano fissi su Roma!), obbligata a restare ad aspettare, percorrendo idealmente quel cammino di conversione alla verità. Una verità ottenuta non con scoop e rivelazioni sottobanco, ma attesa come dono dello Spirito offerto dalla Chiesa. La sorpresa di Leone XIV è nata così e ha avuto il potenziale di toccare i cuori di tutti, proprio perché maturata in un cammino di inerme attesa che ha predisposto all’accoglienza, al posto della voracità aggressiva con cui la mentalità odierna ci ha abituati a vivere ogni cambiamento, anche quelli più solenni. Insomma, un buon punto di partenza per poter recepire con apertura di mente e con la pazienza del discernimento obbediente quei nuovi passi del cammino che il Pontefice da subito intende far percorrere a tutta la Chiesa, aiutandola a imparare sempre di nuovo a fissare l’attenzione sul suo centro e sulla sua ragion d’essere: Cristo, “ponte attraverso il quale l’amore di Dio arriva agli uomini”.
Del resto, lo ha sottolineato con molta chiarezza nella sua omelia della Messa “Pro Ecclesia” con il Collegio Cardinalizio: lo stile del servizio petrino che Leone intende vivere è quello di chi sa “scomparire perché rimanga Cristo”.
Ci sarà necessario imparare a tacitare l’avidità di “uscite roboanti”, di gesti plateali o della morbosa attenzione ai dettagli come indicatori di una qualità del ministero (alla quale ci siamo purtroppo abituati nell’ultimo periodo), per lasciarci accompagnare — con la paternità e la mitezza di un pastore che “dà la vita per le sue pecore” — alla progressiva scoperta della notizia più sconvolgente: quella del Vangelo. Un Vangelo capace di non “spezzare la canna incrinata” della vita, che ha conosciuto ferite, fallimenti e peccati, ma anche di riaprire le porte a quei “figli maggiori” rimasti sempre nella casa del padre, e ultimamente forse un poco rattristati dal sentirsi messi fuori dalla festa della misericordia preparata per tutti. Un pontificato, dunque, che per essere compreso e vissuto al meglio avrà bisogno, da parte di ogni fedele, di una disponibilità a lasciarsi educare, per essere condotti anche al di là delle proprie aspettative e del proprio modo di volere la Chiesa, divenendo capaci di guardare ciò che la Chiesa è nel cuore di Cristo, e non quello che dovrebbe essere secondo le attese del mondo. È una sfida alla mondanità quella che Leone XIV lancia, con parole disarmate e disarmanti, per calmare le acque troppo agitate della recente storia — anche ecclesiale — e disporre gli animi di ognuno a camminare “mano nella mano con Dio e fra di noi”.
don Carlo Cattaneo



