Osservatorio 17-05 / Non perdere la bussola

La libertà di movimento è una delle più connaturate al genere umano, che ha nella migrazione un retaggio ancestrale; tuttavia anche muoversi richiede delle competenze, a partire dal sapersi orientare. Non incidentalmente essere disorientati/smarriti è un’espressione usata più nella sua accezione astratta che concreta (con uno smartphone ci si sente a proprio agio perfino nella “selva oscura”, luogo di smarrimento allegorico).

Nella preistoria l’umanità mosse letteralmente i primi passi in un mondo inesplorato, in epoca classica, nel medioevo e fino all’era informatica orientarsi era una competenza base; chiunque doveva sapere come muoversi in un bosco o sotto un cielo stellato. Le costellazioni servivano anche a questo, si alzava la testa e gli si dava del tu. Ora non è più così, anche per i più semplici punti cardinali: nord, sud, est e ovest mettono in crisi giovani e adulti.

Eppure, contrariamente a ciò che anche il mondo scientifico pensava, la capacità di orientamento è innata solo per una minima parte ed è soprattutto acquisita, cioè si impara. Come? “Studiando” e allenandola. E iniziando a sviluppare la competenza e le conoscenze specifiche finché si è a scuola, per essere pronti a usarle “in situazione”. All’opposto la geografia è materia negletta e alle superiori perlopiù relegata alle cartine storiche e alla buona volontà dei docenti (nonché alla loro capacità di leggerle)

di esplorarle insieme agli studenti, i quali sovente chiedono perché debbano fare “geografia” durante l’ora di storia, non riconoscendo il legame inscindibile tra le due.

Oltre la teoria poi occorre la pratica. In uno studio della University College di Londra (2021), basato su un videogioco di esplorazione che ha coinvolto 4 milioni di giocatori nel mondo, i gruppi più performanti risultano essere quelli del nord Europa, area in cui sono più diffuse attività di orienteering all’aperto. Avvantaggiato anche chi vive in città con piante irregolari – cardo e decumano con la loro perpendicolarità semplificano gli spostamenti e la loro pianificazione – e in campagna oppure va in bici. Anche il digitale ha un ruolo positivo: non il GPS – un’indagine del 2020 dell’università di Montreal ne ha sottolineato l’impatto negativo – ma i videogiochi, in particolare i cosiddetti “open world” o gli strategici, che richiedono di muoversi in uno spazio virtuale ignoto e di dimensioni talmente estese che in “No Man’s Sky” occorrerebbero 584 miliardi di anni per esplorare l’intero universo di gioco.

Infine un peso lo ha la cultura. Le persone che provengono da contesti più chiusi sono meno abili a orientarsi, perciò uno dei più grandi stereotipi in materia (gli uomini più bravi delle donne) ha basi legate all’esperienza e non ad abilità innate: le donne appartenenti a società che prevedono restrizioni culturali all’esplorazione dell’ambiente in cui vivono o in contesti non sicuri se la cavano peggio, ma nei paesi nordici non esiste una differenza di genere. Allora muoversi con sicurezza vuol dire affermare la propria indipendenza e orientarsi non è tanto un gioco, quanto un esercizio di libertà.

Giuseppe Del Signore

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