Osservatorio 23-02 / Due anni “con Caino”

Se si era disposti al sacrificio per Kiev, sembra che non si possa morire per Avdiivka. Anche perché chissà dove si trova questa cittadina sperduta nel pantano della guerra ucraina?

Sono passati due anni da quel 24 febbraio in cui la Russia ha invaso l’Ucraina e non è il momento migliore per Kiev: il Congresso degli Stati Uniti ha bloccato un pacchetto d’aiuti da 60 miliardi di dollari, l’Ue è riuscita a stanziarne 50 vincendo le resistenze dell’Ungheria, ma spalmati su quattro anni. A questo si aggiunge che la Russia ha ripreso a conquistare piccole porzioni di territorio ucraino, anche se non è all’orizzonte una svolta sul campo – le miglia quadrate di terreno conquistato da entrambe le parti sono prossime allo zero nell’ultimo anno – Putin sembra essersi seduto sulla riva del fiume in attesa, soprattutto perché il 2024 sarà un anno elettorale. A novembre le presidenziali statunitensi potrebbero riportare alla Casa Bianca Trump e i repubblicani, contrari al sostegno finanziario e militare. Prima ancora a giugno si terranno le europee e l’esito è incerto: ci sarà una Commissione sostenuta da una maggioranza “Ursula” (conservatori e progressisti) oppure crescerà il peso politico dei movimenti sovranisti la cui figura di riferimento è Orbán, vicino alla Russia?

L’opinione pubblica comunitaria, secondo Eurobarometro, sostiene ancora Kiev; per il 72% occorre fornire sostegno finanziario e mantenere le sanzioni economiche, per il 60% è opportuno finanziare l’acquisto e la fornitura di attrezzature militari, ma se il 60% è favorevole a riconoscere lo status di candidato all’ingresso nell’Ue all’Ucraina, cinque stati membri sono contrari, tre sono incerti e i dati dell’Europarlamento indicano che le opinioni pubbliche di Francia e Germania non vogliono nuovi stati membri (anche in Italia c’è un robusto 40%). Anche la cronaca rivela un’insofferenza: martedì manifestanti polacchi del movimento dei trattori hanno rovesciato diverse tonnellate di grano ucraino per protesta nei confronti di quella che gli agricoltori europei considerano “concorrenza sleale”. E non è l’unico nervo scoperto comunitario che il conflitto tocca, basti pensare ai capitoli energia e inflazione. E’ vero che si vota anche in Russia, in marzo, ma si attende un plebiscito nei confronti di Putin sia per convinzione sia per coercizione, a maggior ragione dopo la scomparsa di Navalny, unico oppositore di rilievo, morto in carcere in circostanze dubbie.

E quindi, si può morire per Avdiivka e l’Ucraina, dove si stima che siano caduti circa 200mila soldati in entrambi i fronti? E si può morire per Khan Younis e per il kibbutz Be’eri, in Israele e a Gaza, dove già oggi il 93% della popolazione è in condizioni di «estrema insicurezza alimentare» (Wfp) e si sommano 30mila vittime civili (fonte ministero della salute di Gaza) ai 1400 israeliani uccisi il 7 ottobre? Forse no, non vale la pena di morire mai in guerra, lo ha ribadito papa Francesco domenica affermando che «la guerra sempre è una sconfitta, sempre. Ovunque si combatte le popolazioni sono sfinite, sono stanche della guerra, che come sempre è inutile e inconcludente». Affermare la necessità di uno «schema di pace» non significa essere sognatori, costruire l’alternativa allo «spirito di Caino» è un progetto politico. A patto di avere il coraggio di perseguirlo e sostenerlo.

Giuseppe Del Signore

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