Osservatorio 24-11 / Una festa anomala

Il 26 novembre il calendario liturgico registrerà una festa alquanto anomala. “Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo”. Questa la dicitura della solennità che chiude l’anno liturgico e proietta verso l’Avvento e il Natale. Per molti una domenica come tante, che la riforma liturgica ha spostato per sottolineare meglio come tutto il cammino della Chiesa nel tempo debba convergere verso il suo centro e il suo annuncio fondamentale: Gesù Cristo, signore del tempo e della storia.

Ma ci sono stati anni in cui il tema della “Regalità di Cristo” era tutt’altro che un’innocua ricorrenza tra tante memorie di santi. C’è stato un periodo della storia, lungo e travagliato, nel quale la lotta per il “regno sociale di Nostro Signore” significava impegno attivo per trasformare dall’interno ogni ambito della vita “mondana”. Dalla politica, all’economia, all’istruzione, tutto doveva respirare di quel “Vangelo vissuto” che trasudava dalla ricca “dottrina sociale della Chiesa” e che, in un contesto in cui la libertà religiosa era qualcosa da temere e combattere, mirava a realizzare il sogno di un “Regno di Dio sulla Terra”, caratterizzato da una società tutta cristiana, orientata dalla guida e dall’obbedienza al Papa.

Rilette oggi queste espressioni possono sembrarci un’utopia perduta e forse mai realizzata.

In un contesto di secolarismo, di pluralismo religioso, di “pensiero liquido” viene quasi da domandarsi che spazio abbia ancora l’idea di un “Re” e di un “Regno” che non si limiti soltanto al contesto metaforico e, forse un po’ oscuro, delle omelie domenicali.

È ancora una volta Papa Francesco a indicarci una strada percorribile e attuale per non far scomparire l’impegno a lavorare per costruire una società autenticamente evangelica. Scrivendo ai giovani in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, da lui collocata proprio domenica prossima, egli richiama la missione di «accendere una speranza nel cuore degli uomini, a partire dalla testimonianza cristiana» e, citando San Paolo Vi, ricorda come «un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità di uomini nella quale vivono, […] irradiano in maniera molto semplice e spontanea la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede e che non si oserebbe immaginare».

Ecco lo spazio che resta al credente per aprire le porte al Regno di Cristo già nella storia. Non tanto l’anacronistico pensiero di una riproposizione di modelli passati di “governo cristiano” o di “istituzioni pubbliche di natura confessionale”, ma la sfida, tutta nuova e appassionante di indicare ad una società confusa e abitata da valori contrastanti, l’eterna speranza che “nasce dall’alto” e che ha un nome e un volto, Gesù di Nazareth. Da Lui si può e si deve ripartire non per fondare sistemi economici o partiti politici, ma per costruire uomini e donne che, nel lavoro, nell’economia, nella politica siano semplicemente “umanità autentica”, genuina, vera. Quell’umanità nella quale Dio ha voluto farsi una casa.

Dcc

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