Osservatorio 26-04 / 25 aprile, una verità da raccontare

«La prima cosa da fare, in modo molto risoluto, sistematico, profondo e vasto, è l’impegno per una lucida coscienza storica e perciò ricordare: rendere testimonianza in modo corretto degli eventi. In secondo luogo, il ricordo deve essere continuato, divulgato e deve assumere sempre più ispirazione, scopi e forme comunitarie, cioè, per noi, ecclesiali. In terzo luogo, occorre proporsi di conservare una coscienza non solo lucida, ma vigile, capace di opporsi a ogni inizio di “sistema di male”, finché ci sia tempo. In quarto luogo, occorre compiere una revisione rigorosa di tutto il proprio patrimonio culturale e specialmente religioso. In quinto luogo occorre nutrire sempre di più la fede e la vita dei cristiani in modo genuino e completo di una conoscenza diretta e amorosa della Parola di Dio e dell’esperienza centrale del mistero pasquale come si realizza nell’Eucaristia. In sesto luogo, occorre rendere possibile, consolidare e potenziare il pensare e l’agire per la pace in nome di Cristo con un ultimo elemento, il silenzio».

Con queste parole, impegnative e forti, di sobria chiarezza, don Giuseppe Dossetti, uno dei “padri” della Costituzione italiana, partigiano, politico, sacerdote e infine monaco, introduceva il saggio di Luciano Gherardi “Le querce di Monte Sole” in cui si narrava una pagina oscura, legata all’eccidio di Marzabotto del 1944.

A colpire l’attenzione del religioso l’esperienza delle Comunità cristiane tra Setta e Reno, ferite con violenza inaudita dalle SS naziste tra il 29 settembre e il 5 ottobre, portando alla morte di 262 persone, tra cui donne, bambini e sacerdoti. Di fronte a questo «mistero d’iniquità», dispiegatosi contro contadini e religiosi, colpevoli di abitare in una zona sede di una brigata partigiana e massacrati all’interno delle chiese dove si erano rifugiati (o spinti lì a forza, come nel caso dei bambini della scuola “Angelo custode”, rinchiusi nella cappella con i nonni per essere fucilati dalle finestre), il monaco, abituato alle pagine della Scrittura, vi lesse un’immagine chiara dell’eterna battaglia tra il bene e il male, che si incarna in una storia fatta di uomini, di scelte, di posizioni prese e di una verità da raccontare, superando paure o ideologie.

E’ questo ponte tra la fede e la storia l’insegnamento prezioso consegnato a chi vive nel tempo del “dopo”, quando il terrore e lo sdegno lasciano il posto all’indifferenza o alla faziosità e “ciò che è stato” diventa “ciò che avrebbe dovuto essere”, annegando in una memoria che tutto perdona senza che vi sia pentimento, una tragedia umana dinanzi alla quale un cristiano non può non dire parole chiare. E’ l’eterna “questione 25 aprile”, che da “festa nazionale” che unisce un Paese nel ricordo di una lotta senza colori per la difesa della persona prima che della patria, sembra divenire sempre più “fiera delle fazioni” in cui ricordare la storia è qualcosa di scabroso su cui soprassedere. Purtroppo il cristiano vive della memoria. E’ così dall’Antico Testamento. E la memoria non è solo quella delle opere di Dio, ma anche il necessario “mea culpa” per la connivenza con il male e il doveroso “gratias” per chi quel male lo ha combattuto. Testimoniare la verità passa anche da qui ed è una carità non meno incombente di tendere la mano al prossimo.

Don Carlo Cattaneo

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