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lunedì, Giugno 14, 2021
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    Fra’ Antonio Salinaro, dal nero al marrone

    La tua storia è al centro di un film, e sembra un film. Ma cominciamo dall’inizio: quando e dove sei nato?

    Sono nato il 22 novembre 1969 alle ore 14 a Taranto; figlio di ragazza madre, facente parte di una famiglia numerosa che dopo la mia nascita si è presa cura di me.

    Che studi hai fatto? Che lavoro svolgevi?

    Ero un “ciuccio” a scuola, preferivo fare altro anziché studiare. Quindi ho ripetuto per tre volte il primo anno di superiori e poi ho deciso di andare a lavorare, adattandomi a fare qualsiasi cosa: dal commesso al muratore. All’età di 17 anni compiuti faccio domanda in marina come volontario e mi ritrovo in un ambiente sconosciuto e pieno di insidie.

    Quando hai avuto la tua prima esperienza con la droga?

    Ed è proprio all’interno della marina che per la prima volta ho fatto uso di sostanze stupefacenti, in primis le canne. Poi in seguito ho usato anche droghe più pesanti fino a quando attraverso le analisi delle urine scoprono che sono positivo ai cannabinoidi e agli oppiacei e mi spediscono dritto a casa. Questo, al posto di farmi ritornare in me stesso e smettere, mi ha portato ancora di più nel baratro iniziando ad usare l’eroina.

    Come ne sei uscito?

    Mia madre non poteva sopportare di guardare il suo unico figlio, voluto nonostante le sfide che in quel tempo ha dovuto combattere, che pian piano si disfaceva e quindi mi è stata sempre addosso, tanto addosso che io per avere soldi da lei le ho alzato le mani (la cosa di cui ancora non riesco a perdonarmi). Ma lei c’era sempre… Un giorno però mi sono trovato invischiato in una situazione davvero drammatica, in cui ho avuto paura di morire per mano di sicari della malavita, e questa profonda paura mi ha portato a chiedermi in che tipo di vita ero finito. Avevo paura di morire colpito da un proiettile da un momento all’altro per una situazione che io non avevo creato, ma che mi era balzata addosso a causa di amicizie di malaffare. E dopo aver avuto tantissime botte e una pistola puntata alla testa, ho deciso che dovevo uscire fuori da quella situazione se volevo ancora vivere. Ho chiesto a mia madre di aiutarmi a disintossicarmi non solo dall’eroina ma anche da tutto quello che mi circondava e soprattutto dalla mentalità del tossico. Cosi mi ha proposto di andare in comunità. ma io mi sono rifiutato e attraverso un patto con lei ci siamo ripromessi di farlo da soli coadiuvati da un medico. Sei mesi dopo la mia disintossicazione casalinga, sono stato chiamato a telefono da un amico che mi ha proposto di dividere una dose di eroina: io gli ho detto “va bene” e ci siamo incontrati per farlo. Ma nel momento in cui avrei dovuto infilarmi l’ago nella vena per l’ennesima volta, una domanda mi è venuta alla mente, quasi da un altro me: ma che ci faccio qui? Lo voglio veramente? E quel giorno ho detto no. Un bellissimo no, perché non era dettato dal bisogno ma lo volevo io; non era dettato dalla necessità di uscire da una situazione mortifera ma da me da quello che volevo io: il no più importante della mia vita! Da lì ho preso consapevolezza che la responsabilità della vita era la mia e non potevo demandarla a nessuno.

    Fra Antonio con la mamma

    Come hai scoperto la tua vocazione?

    Allora, avevo appena 22 anni, ho avuto un altro grande shock che mi ha portato in una profonda depressione: che ne faccio di questa vita? Che senso ha? Perché viverla? Dove andare? In quale direzione? Non potevo rispondere a queste domande così mi sono chiuso agli altri e alla vita iniziando a coltivare pensieri di morte. Di questo si è accorta mia madre la quale mi ha detto che avevo bisogno di parlare con qualcuno: o con un prete o con uno psicoterapeuta. Logicamente non avrei mai scelto un prete: io e la chiesa non solo non avevamo nessun rapporto ma nemmeno ci pensavamo. Così una sera che volevo farla finita sul serio, mentre andavo vagando con la macchina pensando al modo in cui sarebbe stato meglio morire o il più efficace, mi sono imbattuto nella parrocchia vicino casa. Era sera, era settembre e avevo voglia di piangere, raccontare, morire. Cosi sono entrato in questa chiesa semibuia, abitata dai banchi e da qualche giovinastro che preparava qualcosa, e istintivamente, quasi con coraggio direi, sono entrato in sacrestia e ho chiesto di un prete e mi hanno indicato una porta alla quale con grande fatica, con trepidazione e paura (ma cosa gli dico?) ho bussato. Mi ha aperto un giovane sacerdote che non si è spaventato del mio aspetto fuori dal comune (orecchini, capelli colorati, vestiti un po’ strani) ma che con profonda accoglienza (almeno così mi sono sentito: accolto) mi ha invitato a sedermi e io lì, retaggio di quando andavo al catechismo, gli ho chiesto la confessione.

    Quella confessione è astata la cosa più importante della mia vita. Mi sono sentito amato, liberato e soprattutto di nuovo dignitoso… una persona! Un uomo.

    Allora ho scoperto che era inutile guardare a ciò che ero stato ma che potevo costruire ciò che potevo essere. Ho scoperto il Dio di Gesù Cristo: che mi ama, vuole il mio bene, la mia libertà, la mia soddisfazione, che mi mette nel cuore desideri di bene e che non guarda a ciò che sono stato ma a ciò che posso diventare. Così ho iniziato un cammino di riappropriazione della mia fede, perduta nei meandri del tempo, e ho iniziato a impegnarmi all’interno della parrocchia. Questo mi ha portato a pensare alla mia vita in maniera differente. In quel tunnel nero in cui ero finito, si era accesa una piccola luce capace di aiutarmi a riprendermi la vita! Così ho iniziato a fare un cammino di discernimento che dopo 6 anni, una fidanzata e tante esperienze mi ha portato ad abbracciare i frati francescani da cui non mi sono più allontanato. Ho scoperto che potevo amare inclusivamente e non esclusivamente una persona e questo mi entusiasmava. Ma soprattutto sentivo che la regola e la vita di san Francesco mi appartenevano come non mai. Insomma, dal nero della droga al marrone del saio.

    Tu racconti la tua esperienza nelle scuole in tutta Italia. Cosa ti lascia ogni volta l’incontro con i ragazzi?

    Certo mi manca moltissimo in questo periodo l’incontro con i giovani di tutte le età con i quali attraverso la mia esperienza intesso relazioni che vanno al di là della semplice informazione. Un testimone diretto penso che sia più efficace! I giovani mi lasciano la voglia di futuro, di costruire un mondo più umano, di continuare a parlare e lottare.

    Pensi che la testimonianza della tua conversione possa essere di incoraggiamento a chi ha problemi di tossicodipendenza?

    Penso che possa aiutare a svincolarsi da qualsiasi tipo di dipendenza, che la parola “ormai” può essere bandita dal nostro vocabolario e che possiamo sempre cambiare… se lo vogliamo!

    Come hai preso la notizia che il regista Pino Lenti voleva fare un film ispirato alla tua storia?

    Con molta sorpresa! Soprattutto mi sono sentito lusingato e mi sono fidato di lui perché in tante visite alle scuole di tutta Italia che ho fatto lui era sempre presente e conosce bene non solo la mia storia ma l’effetto che questa produce in chi mi ascolta… farà sicuramente un buon lavoro.

    É vero che hai partecipato a un video con la cantante Mietta?

    Si, è vero, e ho anche partecipato ad un film girato a Taranto che si chiama “Anche senza di te” diretto da Francesco Bonelli. Inoltre sono stato ospite a “Buon tempo si spera” di TV2000, “A sua immagine” su Rai1 e in altre trasmissioni televisive, l’ultima a “I fatti vostri” con Giancarlo Magalli.

    Davide Zardo

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