L’Intervista / Maurizio Debanne: «Bombe anche sulla speranza»

«In questo conflitto c’è stato un salto di qualità. E qui non c’è nessuno che sia in grado di fermarli». Il racconto di Maurizio Debanne, capo ufficio stampa di Medici Senza Frontiere in Italia, Ong impegnata in 73 paesi e con tre missioni anche in Terra santa, si chiude con queste parole. Ed è la voce di chi la guerra tra Israele e Hamas la sta vivendo a Gaza insieme alla popolazione civile palestinese, perché Msf ha ancora personale nel teatro di guerra, tanto al nord quanto al sud presso il valico di Rafah. Debanne è stato a Gerusalemme a gennaio proprio per raccogliere questa voce e trasferirla anche in una newsletter che Msf ha inviato ai suoi sostenitori.

Ha avuto modo di entrare nella Striscia?

«No, non sono andato perché non ci possiamo assumere questo rischio come organizzazione, ci va il personale strettamente necessario. Abbiamo tre filoni: la missione di Gaza, coordinata da quella di Gerusalemme, quella di West Bank, e un piccolo team in Egitto per far entrare in Gaza i colleghi e le forniture di aiuti sanitari che riusciamo a portare. Msf lavora dal 1989 nei territori palestinesi, abbiamo progetti anche a Jenin, Nablus ed Hebron».
Una delle prime persone di cui ha raccontato nella tua newsletter, Paul, si occupa degli spostamenti continui da una parte all’altra della Striscia.

Cosa vuol dire prestare assistenza sanitaria a Gaza oggi?

«Essere una goccia nell’oceano. Occorre riconoscere che nel mondo esistono delle sfide impossibili. Stiamo vedendo una situazione disumana, che racconto attraverso il racconto dei colleghi e delle colleghe che hanno lavorato e lavorano lì e che hanno partecipato ai conflitti dell’ultimo ventennio. Sono loro che dicono “sì, in Yemen 5 giorni dopo ogni bombardamento avevi flussi e flussi di persone, però poi la situazione si calmava, qui è un continuo”. Una continua evacuazione per noi e per la popolazione civile. Abbiamo avuto due rifugi per personale e familiari di MSF attaccati, in due zone non sottoposte a ordine di evacuazione di Israele e ben segnalati con le bandiere di MSF. Un attacco che, se non è deliberato, allora segnala una condotta di guerra sconsiderata. Abbiamo avuto due medici uccisi in ospedale mentre lavoravano, una clinica per ustionati in fiamme, una triste ironia, convogli persi, personale ucciso in servizio. E questo solo Msf».

Come si arriva a uno scenario simile?

Per stare solo a quanto accaduto negli ultimi mesi, tu hai avuto un attacco del 7 ottobre riprovevole e da condannare senza alcuna esitazione e una risposta dettata da un puro desiderio di vendetta. La stragrande maggioranza della popolazione non ha nulla a che vedere con gli attentati del 7 ottobre.

Con quali prospettive?

«Dopo 160 giorni di guerra non se ne viene a capo e le dinamiche sono le stesse di 20 anni fa; non puoi chiedere a due popoli nemici di fare la pace da soli, perché per loro sarà una scelta dolorosa trattarla, comporterà rinunce, la necessità di farle accettare alla popolazione. Quando i miei figli litigano per un pallone serve che intervenga io, non posso stare a guardare e vedere se ne rimarrà uno solo. In questo caso a ricoprire il ruolo di “padre” sono Stati Uniti, Unione Europea, paesi arabi, che al momento non hanno alcuna influenza. Se in tutti questi anni l’unico vero accordo è quello di Oslo, firmato a Washington, organizzato dalla Norvegia in gran segreto, dietro un convegno sulle “risorse umane”, qualcosa vorrà dire».

Molti dei racconti vertono sulla condizione in cui si trovano le partorienti e i neonati. E’ qualcosa di caratteristico dello scenario della guerra a Gaza o è una cosa che in guerra accade di frequente?

«E’ la durata dell’emergenza che la rende così catastrofica. In Afghanistan abbiamo donne che arrivano per partorire dopo 9 mesi senza aver mai fatto un’ecografia o un esame e magari il bambino è morto o la madre perde la vita, ma è una, non sono decine che arrivano tutte insieme. A Gaza la partoriente dopo 30 minuti deve andare via, anche in Afghanistan accade, ma lì torna a casa, qui torna nella tenda, nel campo sfollati. In questo senso è uno scenario unico, lo dicono i medici e gli infermieri che lavorano lì e che magari hanno lavorato in Yemen o altrove. Certo, in guerra la sofferenza è uguale ovunque, ma qui c’è un numero di bambini sopravvissuti senza più nessuno che è enorme e fa la differenza rispetto ad altri conflitti. Abbiamo dovuto inventare un nuovo acronimo per classificare questo tipo di feriti, WCNSF (“Wounded Child Not Survived Family”, bambini feriti senza famiglia sopravvissuta)».

In un caso chiede al lettore di pensare a cosa c’è nel raggio di 150 metri dall’ospedale della propria città, facendo riferimento a un bombardamento nei pressi di un nosocomio a Gaza. Cosa dice questo sforzo di immedesimazione?

«Ci racconta di come sono cambiate le guerre, la prima e la seconda mondiale sono state combattute da eserciti con pochi morti civili, oggi si combatte nelle città e negli ospedali e i morti sono quasi solo civili. L’esercizio di pensare ai nostri ospedali e a cosa c’è nel raggio di 150 metri vuol dire immaginarsi una cosa inconcepibile: immaginare che un luogo che dà salvezza, dove si va per essere curati, si trasformi in un luogo di guerra. Tante persone si sono ammassate negli ospedali, trasformati anche in rifugi, se tu attacchi un ospedale, oltre ad andare contro il diritto umanitario e internazionale, vai anche a ledere tutto questo. Non è una cosa nuova, anche in Ucraina 2-3 settimane fa un nostro ospedale è stato attaccato dai russi. E’ una guerra senza regole. Alla fine sembra tutto essere permesso e non sai mai cosa succede: basti guardare a quanto accaduto il 29 febbraio con gli spari sulla folla radunata per la distribuzione degli aiuti. Non si è capito chi ha sparato, ma se tu tieni una popolazione alla fame sei responsabile di ciò che accade. Gli Stati Uniti e altri paesi stanno lanciando degli aiuti con i paracadute dall’alto, alcuni addirittura sono arrivati in Israele, altri in mare e la gente si è tuffata tra le onde per prenderli, ma comunque non arrivano ai più vulnerabili, che di certo non riusciranno a recuperarli in mare. Mercoledì è partita la prima nave per portarli via mare, intanto i colleghi rimasti nel nord di Gaza mangiano cibo per animali e si negozia, ma non si sa dove si arriverà: 160 giorni di guerra, cos’altro deve succedere?».

Cosa può fare chi è qui in Italia?

«Israeliani e palestinesi non hanno bisogno di fan da stadio qui dall’Italia. E’ difficile, perché il conflitto ti porta da una parte all’altra, ma hanno bisogno di persone che costruiscano ponti per farli dialogare. Mi rendo conto che può far sorridere, che sia utopistico, ma serve. Poi ci sono simpatie e opinioni, ma in un’ottica pubblica questi due popoli hanno bisogno di amici sinceri capaci di far vedere torti e ragioni di entrambe le parti. D’altro canto si possono sostenere le organizzazioni che lavorano nei territori palestinesi per cercare di dare sollievo alla parte più debole del conflitto, per poter sopravvivere, Israele ha un’economia avanzata per assistere la popolazione».

Per settimane si è parlato di una tregua più lunga con l’arrivo del Ramadan, ma la guerra continua.

Mi auguro che qualcosa succeda, perché è insostenibile una guerra di questa intensità durante il Ramadan. O entrano a Rafah oppure mi aspetto uno stop.

Un passaggio della newsletter recita: «Con questo sorriso – dice mostrando il volto della neonata a un nostro medico – non può che chiamarsi Amal (in arabo Speranza), la speranza incoraggia i palestinesi ad andare avanti nonostante gli attacchi indiscriminati di questa guerra»: Gaza è un posto senza speranza?

«La speranza c’è sempre, anche se può sembrare una frase fatta. La madre forse per darsi speranza ha scelto questo nome. La speranza che si fermino c’è, certo il nord è completamente devastato e raso al suolo, è tutto da ricostruire. Anche la quantità di amputazioni fatte racconta di una generazione di invalidi con tutto ciò che comporterà per il futuro. Credo che la possibilità di una coesistenza pacifica sia stata rimanda≠ta di molti decenni. Adesso non è pensabile, non è neanche nell’agenda. Si viaggia con un orizzonte di una tregua di sei settimane. Sappiamo già che la precedente si è interrotta e sono ripresi i combattimenti. Speriamo di ragionare pezzetto per pezzetto».

Giuseppe Del Signore

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