L’Intervista / Ottorino Assolari, un vescovo prestato alla Bozzola

Eccellenza, ci può raccontare in breve il suo particolare percorso di fede?

«Sono bergamasco di Scanzorosciate. Sono nato nel 1946. A 12 anni sono entrato in seminario e ho percorso tutto il curriculum degli studi filosofici e teologici, seguiti poi dal noviziato e dalla Professione religiosa e ho completato il mio percorso presso la Pontificia Università Lateranense, specializzandomi in Teologia pastorale. Il carisma dell’educazione, proprio della Congregazione a cui appartengo, mi ha portato a lavorare come prima esperienza in un Collegio, ove sono stato prima vice-rettore, poi direttore e superiore locale. Sono stato lì in tutto circa nove anni. Sono poi rientrato a Martinengo, dove mi sono occupato prima del Seminario minore e poi sono stato Maestro dei novizi, diventando poi superiore della casa e direttore del locale Collegio. Nei miei spostamenti mi ha sempre seguito la comunità del Noviziato. Nel 1990 son partito per il Brasile per 2 anni. In quel periodo ero consigliere generale della Congregazione e l’ultimo sessennio Vicario generale. Richiamato in Italia per un periodo, ho dovuto poi ritornare in Brasile con il desiderio di restare. Desiderio realizzato per 15 anni alla periferia di San Paolo e in Paranà successivamente, dove vi era una comunità con seminario minore, parrocchia, collegio e lì ho creato un orfanatrofio per i piccoli abbandonati. Ricordo che ce li portavano a tutte le ore, anche di notte. Ho fatto in quel periodo anche l’esperienza di Parroco in una piccola comunità. Nel 2005 è arrivata la nomina vescovile. Ho vissuto il mio servizio per 15 anni fino alla rinuncia del 2021. Rientrato in Italia per motivi di salute, ho risieduto presso la Comunità di Martinengo, aiutando in casa e per il ministero in Diocesi, secondo il desiderio del Vescovo.

Recentemente il Superiore generale mi ha chiesto di dare disponibilità per il servizio presso il Santuario, venendo incontro anche ad un forte desiderio del Vescovo Maurizio. Per questo ho accettato ed eccomi qui».

La formazione è stata per molto il suo campo d’azione, cosa le ha insegnato questa esperienza?

«Ho cominciato a fare il maestro dei novizi nel 1982, quando erano ancora anni “belli”. C’erano molti giovani, soprattutto entrati in congregazione dopo molte esperienze alle spalle. E’ stato stimolante e mi è servito molto per rivedere me stesso e riprendere i valori sui quali avevo professato i voti e mi ero impegnato. E’ uno stimolo per la vita che farebbe bene a tutti i religiosi sperimentare. Ho trovato grandi soddisfazioni da questo punto di vista, insieme a problemi e difficoltà. In Brasile eravamo ancora agli inizi come seminario, però ho incominciato anche là e dopo dieci anni di presenza abbiamo ordinato i primi padri brasiliani della Congregazione. Adesso abbiamo un bel gruppetto. Direi che in Brasile la situazione è stata differente rispetto all’Italia. I giovani provenivano da ambienti rurali, con problemi di relazione e di formazione intellettuale, o dalle grandi città con il fascino del mondo moderno che li attraeva, provocando grande incertezza. Lì ho visto quanto ci fosse bisogno di testimoni, di una comunità di religiosi che vivessero bene la loro vita di comunità. Questo dava ai giovani aspiranti la forza di continuare. Credo che proprio la testimonianza (insieme all’accompagnamenti) sia determinante anche oggi. Siamo senza vocazioni attualmente (uno in Italia sta finendo la Teologia) in Europa, mentre abbiamo dei mozambicani e dei brasiliani, proveniente da altri ambienti e altre culture. E’ un bel gruppo che fa ben sperare».

Di fronte a questo panorama vocazionale che offre molte preoccupazioni, lei con quale atteggiamento si pone?

«Io ho sempre la speranza. Non che tornino i numeri precedenti, ma che qualche giovane resti incantato da questa proposta di vita sacerdotale o religiosa, perchè è una vita che soddisfa il cuore dell’uomo. La gioia di vivere la propria vocazione fa sì che ci sia seguito e mostra la bellezza e la gioia del servizio. Su questo punto credo bisogna insistere molto. Io sono un po’ perplesso di fronte a queste forme di “ritorno al passato”, dalla ricerca di fronzoli (paramenti antichi etc). Sono un modo per mostrare se stessi e nascondere i propri problemi. Dice bene il Papa: “Dobbiamo mostrare Gesù Cristo e non noi“. Certo sono molti i consacrati validi e noi come Chiesa dobbiamo evitare questa strada del fallimento. Occorre dare dei segni forti e proporre uno stile di comportamento anche perchè i fedeli di fronte a questo rimangono disorientati. Noi siamo chiamati a vivere l’essenzialità della vita per dare alla gente l’essenzialità della fede. Non significa fare sacrifici inutili ma cercare una sobrietà che riporta a ciò che conta».

Lei ha iniziato il suo ministero episcopale in una Diocesi appena creata. Per noi, abitutati a istituzioni con storie secolari, sembra qualcosa di impossibile. Cosa ha significato questo per lei?

«L’inizio è stato traumatico. Mentre camminavo però ho imparato a buttarmi. Ho la fortuna di adattarmi bene in ogni luogo dove vado e la semplicità della vita e la vicinanza agli altri, soprattutto il dialogo, mi ha fatto accogliere bene dalla gente. E’ stata un’esperienza forte, ricca, che mi ha dato tanto. Le Chiese “nuove” ci toccano profondamente. Hanno una spontaneità, una generosità, soprattutto un investimento sui laici che qui ancora fatica. Facendo una Visita pastorale molto dettagliata, visitando tutte le 850 Comunità rurali della Diocesi, oltre alle parrocchie, ho visto un grande desiderio di relazione umana della gente con il loro Pastore. Lì ho capito che la fede in quella terra l’hanno salvata loro. Ogni comunità aveva un responsabile laico, nella maggior parte donne ma anche uomini, e, di fronte all’invasione delle sette, sono rimasti fedeli anche senza una grande preparazione. Abbiamo successivamente iniziato una formazione dei laici. E’ qualcosa da imparare anche qui. Non bastano più i collaboratori (preziosi, ma che spesso scompaiono), occorrono figure corresponsabili per determinati settori. Certo si fa fatica, ma ci dobbiamo arrivare per essere pronti a un futuro che ormai è molto prossimo. Va vinta la paura. Bisogna saper osare cose nuove, superando schemi troppo rigidi, pur con criterio. Da qui potranno sorgere vocazioni».

Il santuario della Madonna delle Bozzola

Adesso lei vive un ministero diverso. Come entra in questa nuova esperienza?

«Sono contento. Ero già stato a predicare in Santuario e non mi è stato difficile dire di sì. Lui mi ha chiesto di venire come “fratello maggiore”, per aiutare e sostenere il cammino della comunità perchè sia sempre più un segno per la Diocesi, testimoniando che stando uniti, amandosi si può fare tanto. Il vescovo Maurizio ha chiesto che la comunità diventasse esempio anche per i preti. Nel cammino delle Unità pastorali è necessario creare forme di comunità, se non di convivenza, almeno di lavoro. Nella mia esperienza ho visto perdersi tanti preti per questa mancanza di dimensione comunitaria. E’ un campanello d’allarme questa crisi che ci deve fare interrogare. La vicinanza, lo stare insieme permette di condividere e di superare anche momenti di difficoltà. Oggi la solitudine uccide. Non dobbiamo avere paura, occorre fare la fatica di aprire questi spazi di confronto fra i confratelli che va oltre la semplice amicizia».

Come vede questa realtà particolare del Santuario diocesano in cui è chiamato ad operare?

«Devo dire che è una bella realtà. I santuari sono luoghi privilegiati per favorire l’incontro con Dio. Sono dei rifugi per chi fatica ad inserirsi nel normale cammino parrocchiale e dove si può sperimentare un’apertura che divenata ascolto della sofferenza. Confessando e ascoltando i pellegrini vedo un autentico desiderio di ricerca in molti. Un desiderio che noi sacerdoti dobbiamo saper accogliere e accompagnare perchè diventi consapevolezza della chiamata ad essere testimoni. E’ un’avventura di apertura e di orientamento e ne vale la pena».

don Carlo Cattaneo

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