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    Mortara, resa dei conti per il rogo alla Eredi Bertè

    È stata battezzata “Operazione Fenice” e ha portato all’arresto di tre persone per il rogo della ditta Eredi Bertè di Mortara. A quattro anni dal terribile incendio nel quale per più di una settimana bruciarono rifiuti accatastati negli spazi dell’azienda lomellina, tre persone sono state arrestate nelle prime ore di giovedì 7 settembre dai militari della Guardia di Finanza e dei carabinieri forestali di Pavia.

    LE INDAGINI Sono i due titolari cinquantaquattrenni Vincenzo Bertè e Andrea Carlo Biani e Vincenzo Ascrizzi, collaboratore di 37 anni, ritenuti responsabili a vario titolo di traffico illecito di rifiuti, incendio doloso, utilizzo ed emissione di fatture false, bancarotta fraudolenta, riciclaggio ed autoriciclaggio. L’operazione Fenice ha permesso di accertare numerosi illeciti, anche di natura ambientale. Sono stati sequestrati più di 2 milioni di euro tra cui disponibilità finanziarie, fabbricati, terreni ed autoveicoli, ritenuti frutto dell’ingiusto profitto ottenuto attraverso il mancato pagamento delle spese di recupero e smaltimento dei rifiuti e il mancato versamento del tributo speciale regionale. Le indagini condotte dal pm di Pavia Paolo Mazza e della pm della Direzione distrettuale antimafia milanese Silvia Bonardi erano state avviate nel settembre del 2017 e hanno permesso di accertare anche la causa dell’incendio dei rifiuti stoccati nell’impianto di trattamento. I due gestori, infatti, una volta accortisi che la gestione dell’impianto era divenuta insostenibile a causa dell’enorme quantità di rifiuti, avevano deciso di dar fuoco al piazzale al solo scopo di ripulire a costo zero l’intera azienda di smaltimento, noncuranti dell’enorme danno per la salute. Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali effettuate dagli investigatori, inoltre, è emersa la volontà degli arrestati di avviare nuovi traffici illeciti con l’obiettivo di smaltire i rifiuti bruciati nel 2017.

    IL FALLIMENTO La Eredi Berté è stata dichiarata fallita a seguito dei fatti di quattro anni fa e i due gestori si sarebbero adoperati per far sparire l’enorme capitale illecitamente accumulato attraverso la creazione di alcune società intestate a prestanome. Secondo l’accusa i titolari dell’impianto, dopo aver ammassato indistintamente quintali di rifiuti non avevano provveduto ad alcuna operazione di trattamento o recupero procurandosi guadagni per 2 milioni di euro mentre il collaboratore li aveva supportati nell’attività di riciclo di ingenti somme di denaro provento del traffico illecito e della bancarotta. Gli investigatori hanno sequestrato anche un milione e 800mila euro frutto del profitto illecito ottenuto dal mancato pagamento le spese di recupero e smaltimento e della ecotassa regionale.

    Mortara dall'alto
    Mortara dall’alto

    ‘NGRANGHETA E TRAFFICO DI RIFIUTI E spunta anche l’ombra della ndrangheta. Nel maggio 2019 l’ex moglie del titolare dell’azienda, Vincenzo Bertè (il quale è già a processo per incendio colposo, violazione delle norme in materia di prevenzione incendi e mancato rispetto dell’autorizzazione provinciale per la gestione dell’impianto di stoccaggio) avrebbe ricevuto minacce, come «Stai zitta altrimenti ti faccio fuori», da un presunto ndranghetista già coinvolto nella maxi-indagine “Infinito” del 2010.

    Il motivo delle minacce – spiega il giudice per le indagini preliminari di Milano, Guido Salvini – risiedeva nei dissidi tra la donna e l’ex marito sulla gestione dell’impianto e delle altre società collegate. E l’ombra della ‘ndrangheta getta una luce poco rassicurante sull’episodio di minaccia in danno della testimone.

    Ma non è tutto. Andrea Carlo Biani, al centro di una rete di trafficanti di rifiuti a livello internazionale, aveva cercato di avviare allo smaltimento in Bulgaria rifiuti stoccati nela Ecoross di Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza, e di conferire rifiuti in Bulgaria anche per 10.000 tonnellate al mese, intermediati dalla società Carpe Diem di Torino. Decisivo, infine, il controllo su due container inviati da Sviluppo Industriale (amministrata da Vincenzo Bertè) al porto di Genova tramite uno spedizioniere per l’imbarco verso il porto di Quasim in Pakistan. I tre arrestati, nel primo interrogatorio, non hanno risposto alle domande del Gip. Intanto anche Legambiente, così come Futuro sostenibile in Lomellina, ha deciso di costituirsi parte civile nel processo.

    LE PAROLE DEL LEGALE «Faremo di tutto – conferma il legale dell’associazione, l’avvocato Sergio Cannavò – per superare certi aspetti tecnico giuridici complicati, risultato dell’applicazione del processo penale telematico derivante dall’emergenza Covid, in modo da avere le informazioni che ci servono per la prima udienza, compatibilmente coi tempi della giustizia e le procedure che certo non semplificano la vita. Anche per l’incendio di Corteolona Legambiente si era costituita parte civile, ed è stata presente fino alla Cassazione».

    Davide Zardo

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