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martedì, Agosto 4, 2020
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    Mortara si interroga sul futuro

    “La Mortara che vorrei” cerca e trova la propria agorà. E lo fa con un incontro pubblico che si è tenuto in Piazza del Teatro martedì 16 giugno alle ore 21. «In questi mesi gli incontri per la verità – ha spiegato la presidente Luana Ghirello – non si sono mai arrestati grazie a Skype, ma questa volta ci è piaciuta l’idea di farne uno in piazza, anche per spiegare ai cittadini il significato e la progettualità delle nostre iniziative, nel pieno rispetto delle norme di sicurezza previste dalle leggi vigenti. Nell’antica Grecia l’agorà era lo spazio pubblico, il centro politico, religioso e civile della città, il luogo delle riunioni assembleari dove spesso si decideva il futuro della città».

    Luana Ghirello

    Molti i temi proposti dall’associazione nata a febbraio, come ideale prosecuzione del vecchio comitato no fanghi. «L’emergenza Covid è stato certamente un periodo difficile per tutti. Ci siamo interrogati come gruppo su come uscire da questa crisi. Le crisi sono anche opportunità. Per ripensare l’ambiente, la socialità, la cultura. Noi vorremmo dare il nostro contributo per creare una città più resiliente e bella da vivere e da abitare». Nella serata di martedì sono stati ufficializzati due nuovi progetti. Il primo è una richiesta all’amministrazione comunale di creare una consulta cittadina sui temi socio ambientali aperta a tutti i portatori di interesse, la seconda concerne la necessità di un approccio più professionale ai bandi nazionali al fine di avere risorse economiche per trasformare Mortara. «Ci dicono ripetutamente che a breve, forse, in Italia pioverà una quantità di denaro mai visto prima per farci ricominciare una nuova vita. – hanno spiegato i volontari – Questo, non so a voi, ma a noi suscita una grande preoccupazione. Ci sono infatti tre possibilità: che tutta questa liquidità (come viene chiamata) finisca nel solito pozzo senza fondo degli interessi (più  meno leciti ) dei privati, intesi come individualità che se li possono accaparrare, senza lasciare traccia; che vengano spesi per realizzare opere assurde, inutili, fuori del tempo, speculando e facendo la cresta ai costi e senza nessuna progettazione di sostenibilità e di economia  veramente innovativa, provocando altri danni incommensurabili al nostro territorio già devastato; che vengano utilizzati in un ambito progettuale complessivo per valorizzare, recuperare, ammodernare un paese che fa acqua da tutte le parti. Abbiamo esempi  innumerevoli che riguardano  i primi due casi, che non stiamo ad esemplificare perché ci vorrebbe un libro intero. Dell’ultimo caso invece abbiamo scarsi esempi, ma molto edificanti (diciamo il ponte di Genova, per fare un solo esempio). L’espressione “Rammendiamo l’Italia” non l’abbiamo inventata noi, ma il nostro grande Renzo Piano, promotore e progettista, appunto, del nuovo ponte di Genova. Può sembrare una parola  minimalista e riduttiva, ma non è così. Il nostro enorme patrimonio naturale e di manufatti incredibili del nostro passato hanno un bisogno improrogabile di manutenzione rispettosa e funzionale. E questo significherebbe rimettere in moto tutti coloro che cercano un lavoro utile e dignitoso. In Italia ci sono enormi competenze , idee, abilità. In questo momento, soprattutto, ne abbiamo urgente necessità. E abbiamo bisogno che la politica rissosa e inconcludente non si metta di mezzo. Parlando di Mortara, ad esempio, servirebbe una presa di coscienza collettiva delle opportunità di questo momento. Fare un inventario delle opere di rattoppo delle realtà cittadine, a partire dall’ospedale e dal suo parco, dalle scuole, dalle aree dismesse o in decadenza, dagli edifici pubblici, dalla vivibilità del centro cittadino con le attività artigianali tradizionali ed esotiche, dalle infrastrutture ferroviarie, viarie e ciclabili, dal verde cittadino, dalla campagna fertile, dalle acque per restituire alla città la sua capacità di salute, di accoglienza, di attrazione, di vitalità, di socialità. Questo produrrebbe tanto  lavoro e un vero e proprio rinnovamento del nostro territorio, che deve guardare alla sua tradizione per offrire una visione moderna e adeguata ai tempi che viviamo. Pensiamo ad esempio alle opportunità offerte dal turismo lento, come la via Francigena che attraversa il nostro territorio. Ma tutto questo può avvenire soltanto se si smette di valutare in modo opportunistico tutto ciò che va fatto, pensando prima al tornaconto politico o privato; ci accorgeremmo, a questo punto, che tutto ciò che è stato fatto in modo disinteressato ci ritorna dandoci speranza, sollievo, vita insomma. Se perdiamo questa occasione, difficilmente ne avremo altre. E non crediamo a chi ci dice che dobbiamo correre come e più di prima: al contrario dobbiamo, con riflessione e consapevolezza, fare ognuno la propria parte».

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