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    HomeLomellinaZerbolò, è in Lomellina il “bosco vetusto”

    Zerbolò, è in Lomellina il “bosco vetusto”

    Tra le foreste incontaminate d’Italia c’è anche un lembo di Lomellina. C’è anche il Bosco Siro Negri di Zerbolò tra le 165 aree inserite nella Rete Nazionale dei Boschi Vetusti, un elenco istituito dal Ministero delle politiche agricole che comprende quelle porzioni di territorio forestale che, da almeno 60 anni, non vengono modificate dalla presenza umana. Una condizione che ha permesso a tali foreste di mantenere una biodiversità unica nel suo genere, con la crescita spontanea di vegetazione autoctona e un ricco sottobosco sottobosco: delle “capsule del tempo” della natura, insomma, in grado di conservare intatte tutte le peculiarità di un ecosistema. Ma come è stato possibile che, a metà strada tra Vigevano e Pavia, un bosco si conservasse completamente allo stato naturale? Grazie al “regalo” di un amante della natura e delle zone “selvagge” sulle sponde del Ticino.

    I terreni su cui ora sorge la riserva furono donati all’Università degli Studi di Pavia nel 1967 da Giuseppe Negri, ultimo erede di una dinastia di possidenti pavesi e “ambientalista” ante litteram: l’ateneo, negli anni, in omaggio alle intenzioni del benefattore si è impegnato a conservare integro il bosco (che prende il nome dal fratello di Giovanni, altro personaggio da romanzo, che in quel bosco aveva una casetta dove passò gli ultimi anni della sua vita), non attuando quindi alcun intervento di gestione e consentendo l’accesso solo ai fini di ricerca scientifica, educativi e di vigilanza. Grazie a queste restrizioni (per visitare l’area al di fuori di eventi programmati è possibile solo costeggiarla in bici tramite un sentiero), il Bosco Siro Negri ha assunto un notevole valore naturalistico e scientifico: riserva naturale dal 1973 e non più sottoposto a pratiche di gestione selvicolturale dall’epoca del secondo conflitto mondiale, il bosco di Zerbolò, coi suoi circa 10 ettari situati sulla sponda destra del Ticino, rappresenta un piccolo, ma importante, relitto delle foreste miste di querce, olmi, pioppi, che occupavano il fondo delle valli fluviali della Pianura Padana, la cui scomparsa è iniziata addirittura con la centuriazione romana attorno al II secolo avanti Cristo.

    L’assoluta assenza di gestione e il ridotto disturbo antropico che caratterizzano la riserva la rendono un’ottima area di studio per ricerche scientifiche: questi anni di osservazione hanno permesso di appurare come la foresta riesca a conservarsi perfettamente senza l’intervento dell’uomo, eliminando le specie esotiche presenti, contrastando l’erosione fluviale ed espandendosi in maniera naturale nei territori circostanti (altri 11 ettari acquistati successivamente e incorporati al bosco “originale”). Ovviamente, l’arrivo di “alieni” è sempre dietro l’angolo: proprio a tal riguardo approfonditi studi sono stati fatti sulla presenza nelle lanche del Bosco del gambero della Louisiana, crostaceo di origine nordamericana ormai diffusissimo nelle zone umide dell’intero territorio lomellino. In un ambiente “vergine”, l’impatto di un elemento estraneo si nota ancor di più: uno studio del 2006 ha infatti appurato come il gambero-killer facesse incetta di piante acquatiche, riducendone la presenza e privando il resto della fauna fluviale di nutrimento.

    Alessio Facciolo

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