Denatalità, un’Italia senza bambini che «non ha posto per il futuro»

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Non sono le culle a essere vuote, ma è l’Italia che rischia di svuotarsi. L’inverno demografico ha colpito la penisola prima dell’epidemia, che ha fatto da moltiplicatore di un fenomeno già in atto negli ultimi decenni, tanto che il 2020 è stato l’anno con meno nati dall’Unità d’Italia, 404mila, e quello con più morti dalla fine della seconda guerra mondiale, 746mila.

E per quanto riguarda le nascite il record negativo sarà superato nel 2021, quando l’Istat stima circa 394mila nati, meno del totale degli over65,

per poi essere ritoccato da qui a metà secolo, quando i nati potrebbero non superare i 350mila in una nazione di 60 milioni di abitanti. Per riflettere sul declino demografico e provare a individuare soluzioni che consentano di invertire la rotta, il 14 maggio a Roma si sono svolti gli Stati generali della natalità, che hanno visto la partecipazione tra gli altri di Papa Francesco e del presidente del Consiglio Mario Draghi. «Per decidere di avere figli – ha spiegato nell’intervento introduttivo Draghi – c’è bisogno di tre cose»

un lavoro certo, una casa, un sistema di welfare e di servizi per l’infanzia, in Italia siamo indietro su tutti i fronti. La spesa sociale per le famiglie è molto più bassa che in altri paesi, come Francia e Regno Unito

Col risultato che «un’Italia senza figli è un’Italia che non ha posto per il futuro, che lentamente finisce di esistere».

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Papa Francesco e il presidente Mario Draghi agli Stati generali della natalità (ph: Cristian Gennari)

SCENARIO Lo confermano le rilevazioni dell’Istat che vedono diminuire il numero medio di figli per donna, da 1.46 nel 2010 a 1.24 nel 2020, mentre aumenta il numero degli ultranovantenni, passati da 200mila negli anni ’90 agli 800mila odierni e pronti a diventare 1.4 milioni entro il prossimo decennio, ponendo un serio problema sanitario, accanto al quale si colloca lo squilibrio tra pensionati e lavoratori, considerando che da 26 persone in età da pensione ogni 100 occupati si è transitati a 39 e a metà secolo si potrebbe giungere a 60, rendendo insostenibile il sistema previdenziale. Da ultimo occorre chiedersi chi sarà rimasto per far fronte all’emergenza, visto che negli ultimi cinque anni il Belpaese ha perso 705mila residenti, cui si sommano i circa 400mila del 2020, in gran parte legati al coronavirus, il che si traduce spopolamento e meno Pil ovvero, secondo uno studio della Banca d’Italia, -24.4% nazionale e -16.2% pro capite, che senza migrazioni diventerebbero -50.1% e -33.3%. «Il rapporto tra bisnonni e pronipoti – ha spiegato durante gli Stati generali Gian Carlo Blangiardo, il presidente dell’Istituto di statistica – è paritario, in 4572 comuni, più della metà, ci sono più bisnonni che pronipoti, in mille comuni circa il numero dei bisnonni è il doppio dei pronipoti».

Parliamo di sostenibilità generazionale: è chiaro che deve esserci un riequilibrio, non si può continuare così, questo è il messaggio dei numeri

Anche perché altri paesi europei come Germania, Polonia, Ungheria hanno saputo intervenire, aumentando il numero medio di figli per donna negli ultimi anni. «Fissiamo un obiettivo realistico – ha ipotizzato Blangiardo – di 0.6 figli in più, da raggiungere entro il 2030. Non è facile, perché da un lato abbiamo i matrimoni dimezzati nel 2020 in un paese in cui le nascite avvengono per due terzi all’interno del matrimonio e dall’altro il potenziale riproduttivo si sta riducendo, ma se riuscissimo a realizzarlo i 394mila nati del 2021 potrebbero salire a 523mila nel 2031, con 1.82 figli per donna, complessivamente 517mila nascite che si aggiungono alla popolazione italiana, un’iniezione di vitalità».

MISURE Un risultato possibile sciogliendo i tre nodi presentati da Alessandro Rosina, demografo della Cattolica di Milano, in un’intervista al Sir. Il primo che «incide soprattutto sul tempo di arrivo del primo figlio ed è da ricondurre alle difficoltà dei giovani nel conquistare una propria autonomia dalla famiglia di origine, con accesso ad abitazione e ingresso solido nel mondo lavoro», il secondo legato alla «progressione oltre il primo figlio, se con la nascita del primogenito ci si trova in difficoltà ad armonizzare impegno esterno lavorativo e interno alla famiglia, difficilmente si rilancia con la nascita di un secondo» e il terzo connesso alla «alta esposizione all’impoverimento, soprattutto per chi va oltre il secondo figlio». Si tratta con parole diverse delle stesse leve indicate dal presidente Draghi, su cui il Governo intende agire. Da luglio sarà operativo l’assegno unico per i figli per lavoratori autonomi e disoccupati – dal 2022 scatterà per tutti i lavoratori che già da quest’anno avranno un aumento dei sussidi esistenti – un provvedimento a cui si lavorava da anni è che era stato definito dal governo Conte II,

mentre nel Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) sono previste risorse e progetti per asili nido, scuole per l’infanzia, estensione del tempo pieno scolastico, potenziamento delle infrastrutture delle scuole, politiche attive del lavoro, interventi sull’apprendistato e condizionalità che vincolano l’ottenimento dei fondi destinati ai privati solo in presenza dell’assunzione di donne.

Da ultimo nel decreto “Imprese, lavoro, professioni” approvato dal Consiglio dei ministri il 20 maggio «si amplia la platea dei giovani destinatari delle agevolazioni fiscali per l’acquisto della prima casa, con un Isee fio a 40mila euro», si aumenta la garanzia dello stato sul finanziamento e si abbattono gli oneri fiscali.

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MODELLO FRANCIA Sempre Draghi ha evidenziato che «l’assegno unico è una di quelle trasformazioni epocali su cui non è che ci si ripensa l’anno dopo», eppure si tratta del primo e tardivo passo compiuto dall’Italia per sostenere le famiglie, a cui occorrerebbe affiancare appunto l’estensione del tempo pieno – alle elementari, problema delle regioni meridionali, e alle medie – ridurre il part-time o il ritiro dal lavoro forzato femminile, ampliare i congedi parentali, aumentare i posti per nido e materne, migliorare l’orientamento post-diploma e favorire l’accesso dei giovani all’occupazione con tutele per quanti decidono di avere figli. Tutte cose che si trovano appunto nel Pnrr e che dovranno essere realizzate per invertire l’inerzia demografica; molte di queste misure sono vigenti ad esempio in Francia e in Svezia, la prima destinata a diventare il paese più popoloso d’Europa e la seconda capace di dedicare alle politiche di natalità il 3% del Pil contro l’1.8% italiano. Perché i figli nascono da due genitori, ma sono di tutta la comunità.

Giuseppe Del Signore

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