Terza età / Vigevano è già nel 2050, più “anziana” del resto d’Italia

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Uno su cinque, uno per ognuno, uno ogni tre. Non si tratta di variazioni sul motto de “I tre moschettieri”, ma del declino demografico italiano fotografato da Istat:

da qui a metà secolo un quinto delle famiglie non avrà figli e un quinto dei residenti vivrà da solo, per ogni lavoratore ci sarà una persona che non lavora e per ogni giovane ci saranno tre anziani, una prospettiva che a Vigevano sta già diventando realtà.

Insomma di certo sarà “uno per tutti”, ma non è chiaro se anche la seconda parte del chiasmo – “tutti per uno” – potrà realizzarsi a meno di introdurre entro la prima parte degli anni ’20 politiche capaci di attenuare il calo. Attenuare, dacché l’Istat certifica che «risulta pressoché certo che la popolazione andrà incontro a una diminuzione»; solo nell’1% delle simulazioni condotte dall’Istituto il numero di residenti cresce da qu al 2070. Ecco perché lo scenario mediano prevede che si passerà dai 59.6 milioni del 2020 ai 58 del 2030, ai 54.1 del 2050 e ai 47.6 del 2070. Una cifra non molto distante dai 36 che erano censiti nel Regno d’Italia nel 1913, in tutt’altro contesto: due anni prima a Barga Pascoli aveva letto per la prima volta “La grande proletaria si è mossa” per giustificare l’impresa coloniale in Libia proprio con la necessità di trovare uno spazio a una nazione in crescita.

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DOMANI E’ OGGI In termini demografici una proiezione a metà secolo è di medio termine, il che vuol dire che quello che sarà tra 28 anni si decide nell’arco di mesi, anzi che in gran parte è già deciso. Ecco perché è importante non solo mettere a terra iniziative a favore della natalità – l’assegno unico e gli investimenti del Pnrr su scuole dell’infanzia e asili sono un primo passo in questa direzione, seppure non decisivo – ma anche pensare oggi a città che siano a misura di chi le abiterà: anziani – sempre più longevi, perché l’aspettativa di vita continuerà lentamente ad aumentare – soli, con un numero di lavoratori in diminuzione, che avrà necessità di più servizi per poter anche permettersi il “lusso” di una famiglia, e tra un terzo e un quarto di origine straniera, anche se magari in Italia da tre generazioni. Questa è la sfida soprattutto della politica locale, cui spetta il compito di costruire il territorio di domani.

Anche a Vigevano, che del resto sulla strada dell’invecchiamento precede la media nazionale.

CITTA’ SENILE I vigevanesi ultrasessantacinquenni sono già oggi il 28.2% del totale della cittadinanza a fronte di una soglia italiana del 23.2%. Certo essere over65 oggi non vuol dire essere “vecchi”, tant’è che in ambito gerontologico si distinguono tre categorie (“giovani anziani”, 65-74; “anziani anziani”, 75-84; “longevi”, over84), ma è un’età in cui ci si trova in pensione o prossimi a raggiungerla e si hanno esigenze diverse rispetto a chi fa parte della cosiddetta “popolazione attiva”, che conta circa 17mila soggetti tra i 18 e i 42 anni e circa 21mila tra i 43 e i 64, al momento il 55.9% del totale. Proprio in questa fascia però nei prossimi anni cambierà molto: in questo decennio ogni anno una media di circa 7cento individui passerà nel gruppo degli over65, per salire a circa mille ogni dodici mesi in quello successivo. La baby boom generation uscirà dal mondo del lavoro per approdare nella terza età, riducendo il serbatoio di quanti saranno attivi. Ad attenuare il deflusso sarà l’apporto dei nuovi cittadini, ma in una città in cui già oggi nasce la metà dei bambini rispetto alle persone che muoiono – un “doppiaggio” che in Italia l’Istat prevede entro il 2048 e che qui è già quasi realtà con le 420 nascite a fronte degli 807 decessi – questo dipenderà soprattutto dalle iscrizioni da altri comuni o dall’estero.

E infatti il 27.5% dei minori vigevanesi è straniero (+1.2% il peso rispetto al 2020), mentre lo è il 2.3% degli ultrasessantacinquenni, a fronte di un gruppo che, dopo il calo del 2020 legato alla pandemia, è tornato a crescere nel 2021, segnando +4.8%.

Giuseppe Del Signore

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