Adolescenti, Borgatti (Irccs Mondino): «Chiusi in camera non si cresce»

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Una crescita spezzata, soprattutto per chi parte da posizioni di svantaggio. L’eredità di 13 mesi di chiusure e relazioni bloccate per i giovani saranno cicatrici che resteranno visibili a lungo, ne è convinto Renato Borgatti, direttore del reparto di neuropsichiatria infantile dell’Irccs Fondazione Mondino. Quali sono le conseguenze di didattica a distanza e reclusione?

«L’isolamento sociale contraddice quello che è un compito evolutivo di questa fascia d’età, gli adolescenti hanno bisogno di cercare punti di riferimento esterni alla famiglia nei coetanei, tramite esperienze di gruppo e prime relazioni affettive, che gli consentono di sperimentarsi, e nella ricerca di figure adulte significative diverse dalla famiglia; pensiamo agli insegnanti, agli allenatori, a educatori conosciuti in altri ambienti, come scout, oratori.

Il processo di maturazione l’adolescente lo può portare a termine solo se si stacca dalle figure genitoriali e se si apre al mondo esterno. L’isolamento e la richiesta di rimanere confinati a casa hanno tolto queste opportunità

«Per prima la scuola, che è il più importante centro d’aggregazione, ma anche le attività sportive e aggregative».

03 PP Giovani e DaD - Renato Borgatti Fondazione Mondino Irccs
il professor Borgatti

Per i più piccoli è stato diverso?

«Non è altrettanto grave, anche per loro è importante che vadano alla materna o alle elementari, ma i punti di riferimento sono i genitori o le figure affettivamente vicine, il nucleo intorno alla famiglia è centrale per lo sviluppo dell’identità di sé. Il lockdown non ha interferito tanto su questo processo evolutivo, pur non facendogli bene, anzi nel primo periodo nelle famiglie serene e che non sono state toccate né da gravi lutti né da grosse paure o ansie, molti se ne sono quasi avvantaggiati, perché hanno potuto stare più a lungo con la mamma e col papà in una dimensione di vita più rilassata rispetto ai ritmi frenetici consueti»

Nei più piccoli l’effetto è negativo nella misura in cui gli adulti che si occupano di loro hanno avuto conseguenze negative

Cosa cambia per gli adolescenti?

«Non basta che non ci siano stati traumi in famiglia, perché è fondamentale uscire di casa e trovare altre figure. I lockdown hanno interrotto un processo evolutivo. La scuola in realtà non è insegnare delle materie in un mondo che offre tanti altri modi per acquisire informazioni, semmai fornisce una metodologia di studio, ma soprattutto è il luogo in cui gli adolescenti s’incontrano, dà un senso alla vita.

Perché mi devo alzare alla mattina e devo prepararmi a dovere? E’ una cura che ha a che fare col sé corporeo e che in questo momento manca. Gli abbiamo tolto un motivo per alzarsi, per regolarizzare la loro giornata

«Del resto la scuola è tutto quell’intrattenimento sociale che sta intorno alle lezioni i corridoi, il pullman, il treno, i giardinetti. La didattica a distanza invece centra tutta la sua preoccupazione sul passaggio dell’informazione e peraltro questo metodo si associa ad altri problemi».

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Di quali si tratta?

«Il primo è aver sdoganato l’idea che si possa passare la nostra giornata con in mano delle tecnologie, oggi noi ne autorizziamo l’uso per tante ore, cinque ore di lezione sono una quantità immensa da passare davanti a uno schermo».

Il secondo è l’idea falsa che un adolescente possa davvero stare in contatto tramite il digitale, quando soprattutto a quest’età è insopprimibile il bisogno di toccarsi, sentirsi; noi siamo nati fisiologicamente per avere un contatto fisico,

«che è importante e stimola una serie di sistemi propriocettivi, i quali attivano processi che liberano tutta una serie di ormoni che interessano il circuito del piacere, abbassando ad esempio la concentrazione del cortisolo, che è legato a stress e agitazione. Ci trasmettiamo e trasmettiamo benessere col contatto, vale per gli adulti, ma è centrale per gli adolescenti. L’idea che basti il telefono è una sciocchezza».

Da questo punto di vista le chiusure per la seconda e la terza ondata sono state peggiori.

«Sono stati lasciati soli più di chiunque altro, confinati in cameretta mentre i fratelli più piccoli hanno continuato le lezioni in presenza e i genitori hanno lavorato. Nel primo lockdown eravamo tutti a casa, con striscioni, canzoni, per i ragazzi una sorta di vacanza anticipata, la fregatura è stata il secondo, che ha iniziato a generare molta più ansia, perché dal bel gioco si è passati a una terribile realtà».

In un intervento su L’Espresso lei ha affermato che «abbiamo dato vita ad adolescenti senza scopo»…

«Togliere la scuola, l’attività sportiva, i momenti d’incontro vuol dire togliere il senso della vita agli adolescenti. Pensi solo alla gravità di eliminare l’attività sportiva: oltre all’aspetto fisico, che pure è fondamentale e richiesto dal corpo che cresce, ci sono un valore educativo, formativo, di scarico delle tensioni, agonismo, competizione, tutte dimensioni che sono state espunte, tutto questo è stato cancellato e nessuno riflette su quanto sia grave.

Togliere lo sport ai ragazzi non è togliere una partita, ma togliere un valore educativo che parte dal preparare la borsa, fare la doccia insieme, parlare con gli altri anche di stupidaggini

«Che cosa fanno senza tutto questo? Ci sono i videogiochi, ma si stufano anche di quelli… perché non rispondono più ai loro bisogni».

PP Giovani generazione ai domiciliari - generazione senza sonno
una generazione senza sonno?

Ritiene che i danni saranno a lungo termine?

«Senza generalizzare, sono pessimista. I danni maggiori li abbiamo nei ragazzi più fragili e più immaturi, in chi proviene da ceti socio-economici più bassi; per loro andare a scuola era un’opportunità anche di ascoltare discorsi diversi, perché i prof presentavano argomenti e usavano linguaggi che a casa non sono presenti. Provocatoriamente ho definito la didattica a distanza classista e antidemocratica, non ce l’ho con lo strumento in sé, ma ha un effetto distorsivo tra chi ha i genitori a casa, i mezzi tecnologici ed economici, la maturità per affrontarla e chi tutto questo non lo ha».

Che adulti saranno tra 10 o 20 anni?

«Questo è difficile dirlo, i traumi lasceranno cicatrici e si sta dando poca attenzione al problema. Basta pensare alle politiche sanitarie che si sono portate avanti con le vaccinazioni: bisognava partire da prof, bidelli, ragazzi più grandi, autisti del trasporto pubblico per permettere di andare a scuola sempre. Se pensiamo a quale fascia della popolazione è più facile gestire attraverso regole puntuali, forse sono più gli anziani che gli adolescenti, invece si è fatto il contrario, salvo poi partire alla caccia del colpevole e demonizzare questi ultimi se si trovano a chiacchierare».

In ambito clinico cosa avete rilevato in questi mesi?

«Già adesso constatiamo un’esplosione di patologie gravi, che si manifestano più precoci e più forti: disturbi del comportamento alimentare, anoressia, self cutting, ragazzi che si fanno un male terribile, tentativi di suicidio in crescita esponenziale. Il timore è che siano la manifestazione di un malessere molto più ampio che emergerà nei prossimi anni».

PP Giovani generazione ai domiciliari - disturbi

In un’intervista a 175 studenti dell’istituto tecnico Casale (circa il 21% del totale), il 64.6% ritiene che la sua capacità di seguire le lezioni sia peggiorata, il 54.9% si sente più stanco a livello mentale e fisico, il 50.3% dice che il suo umore durante la DaD è cambiato in peggio: questi dati sono coerenti con quello che osservate anche voi?

«Si tratta di risultati positivi, ma non mi stupisce. Ha risposto il 21% della popolazione scolastica, quindi possiamo immaginare che sia il quinto più sensibile al tema, sto analizzando “la crema”, chi sta meglio. Se questi sono i risultati di chi se la cava, si immagini la fotografia realistica. A fare niente del resto ci si stanca di più che a fare una vita attiva. Il ragazzo che ha una vita impegnata tra lezioni, allenamenti, incontri con gli amici, altre attività arriva alle dieci di sera e si addormenta secco, durante la notte si riposa, invece chi ha passato tutta la giornata a guardare il soffitto non sa neppure perché deve andare a dormire. Sempre più spesso ci confrontiamo con giovani che non sono più capaci di addormentarsi e che allora si mettono a mandare messaggi, fino a quando non crollano col cellulare in mano».

Non riescono più a fare il passaggio dalla veglia al sonno, perché l’addormentamento è lo specchio della nostra serenità, è il momento in cui si deve fare i conti con se stessi

Riguardo alle emozioni provate, lo stesso campione indica come prevalenti ansia (55.4%), agitazione (41.1%), malinconia (39.4%), tristezza (36%), sconforto (34.9%), rabbia (32%); la prima “positiva” è tranquillità (26.9%). Cosa dice questo spaccato?

«Il 26.9% del 21% del totale è tranquillo: stiamo parlando di un quarto di un quinto, è un ventesimo del totale, questo dice tutto».

L’esigenza che è manifestata con più forza è “comprensione da parte dei professori” (74.9%): è un grido d’aiuto verso gli adulti?

«Gli insegnanti sono figure fondamentali per lo sviluppo degli adolescenti, quelli carismatici poi svolgono un ruolo importantissimo nella costituzione dell’identità di sé e di una personalità matura.

Purtroppo però in questo periodo di grande precarietà anche molti di loro fanno fatica e sembrano aver perso la misura delle cose,

«Alcuni ragazzi mi segnalano che i pochi rientri a scuola sono stati terribili perché non c’è stato tempo per parlare e confrontarsi e gli insegnanti sembravano solo interessati a completare le lezioni o “il programma”, che per qualcuno è un obiettivo e non uno strumento. Ecco la scuola deve tornare a essere il principale luogo di incontro, di scambio e di confronto tra adolescenti, sotto la guida di adulti interessati al loro benessere più ancora che al loro sapere».

Giuseppe Del Signore

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