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giovedì, Aprile 2, 2020
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    Confindustria Pavia entra in Assolombarda

    Una vera e propria rivoluzione: è la fusione di Confindustria Pavia e Assolombarda. Martedì al collegio Nuovo l’assemblea generale degli associati della provincia di Pavia ha dato via libera al piano dopo più di tre ore di discussione e il voto a scrutino segreto. Il via libera è arrivato a maggioranza e senza il voto largamente favorevole che i vertici di Confindustria Pavia si aspettavano dopo i tre incontri territoriali che, a
    dicembre e gennaio, hanno illustrato il progetto agli associati delle zone di Pavese, Oltrepò e Lomellina. Con la fusione, che avrà efficacia dal 1° aprile 2020, Assolombarda conterà più di 6.700 imprese, inserite in un territorio che genera il 58% del valore aggiunto della Lombardia e il 13% di quello italiano e che determina oltre 60 miliardi di euro di export (il 48% del totale lombardo e il 13% di quello nazionale). Il Presidente di Confindustria Pavia Nicola de Cardenas entrerà, in qualità di Vicepresidente, a far parte della squadra di Presidenza di Assolombarda, presieduta da Carlo Bonomi. Sarà, inoltre, Presidente della sede territoriale di Pavia. L’aggregazione tra Assolombarda e Confindustria Pavia, che oggi rappresenta 446 imprese di un territorio dalla grande tradizione industriale, è ispirata da una visione di sviluppo economico metropolitano policentrico, volta ad accrescere la capacità competitiva delle sue imprese e a promuovere lo sviluppo dei rispettivi territori. Una riorganizzazione che, nel segno della Riforma Pesenti, si pone come obiettivo strategico la qualificazione dei servizi, delle competenze e la semplificazione del sistema associativo, mantenendo al contempo radicamento sul territorio, vicinanza alle imprese e rappresentanza. Il voto favorevole alla fusione, tutt’altro che plebiscitario, apre ora una stagione di interventi “diplomativi” da parte della presidenza pavese per evitare spaccature all’interno di quella che ormai si può definire “sezione pavese” di Assolombarda. A ridosso del voto è ancora presto per capire se ci potranno essere ripercussioni o, addirittura, degli addii. Fondamentale l’adozione di un piano strategico il cui schema è stato ampiamente illustrato nel corso dell’assemblea. Lo studio «La competitività del territorio pavese nel sistema metropolitano regionale», commissionato da Confindustria Confindustria Pavia all’Università di Pavia e alla Fondazione Romagnosi, ha individuato una perdita di competitività del territorio negli ultimi decenni.

    Tra il 2003 e il 2016 Pavia passa dalla 334° posizione alla 718°

    (su un totale di 1122 province per le quali esiste la serie storica; è invece all’831° sulle 1346 classificate nel 2016) classificandosi come provincia italiana con peggior regresso, ultima tra le province lombarde per il Pil procapite, e consapevole che purtroppo solo 4 province in tutta Europa hanno fatto peggio. Dato che Pavia ha subito un forte processo di deindustrializzazione tra il 1971 e il 2011 si osserva una riduzione dell’occupazione industriale di -42,7% (nettamente superiore alla media nazionale -8,47%, mentre l’occupazione industriale addirittura cresce dell’1,46 nella Bassa Padana); una forte riduzione della capacità di creare occupazione: i lavoratori impiegati nel sistema produttivo provinciale si riducono del -10,25% mentre crescono in Italia del + 34,7%, in Lombardia del + 22,73% e nella Bassa Padana del +23,34%.

    Nelle classifiche della qualità della vita, Pavia ha visto un peggioramento del suo posizionamento ed è ultima tra le province lombarde sia in quella del Sole 24Ore sia in quella di Italia Oggi

    Nel 2018 la provincia pavese si posiziona come penultima nel nord Italia secondo la classifica del Sole 24Ore (63° su 110). Processi di declino di questa portata hanno ovviamente tante cause, che sono tra loro fortemente interconnesse: deindustrializzazione, invecchiamento della popolazione, scarsa densità demografica, frammentazione del territorio, rigenerazione delle aree dismesse, isolamento infrastrutturale del distretto industriale di Vigevano, forte attrattività di Milano per imprese e lavoratori, un impegno solo negli ultimi anni per il trasferimento di conoscenze dall’Università alle imprese e per lo sviluppo di nuove generazioni di imprenditori, un generale allentamento della cultura di impresa, insufficienti investimenti nei servizi pubblici per la qualità ambientale.

    Questi invece i punti di forza: l’alto livello di formazione dei laureati, la presenza di un’Università generalista, l’interporto di Mortara, la qualità dell’offerta dei servizi sanitari, filiere industriali di specializzazione, posizione geografica, qualità del contesto paesaggistico, importanti aree industriali dismesse da rigenerare

    Da qui la necessità di un insieme integrato di misure condivise da istituzioni e parti sociali: potenziare i collegamenti infrastrutturali e accrescere le connessioni telematiche; incentivare nuovi investimenti industriali; potenziare le iniziative per il trasferimento tecnologico; recuperare aree dismesse; sviluppare corsi Its; realizzare un piano di trasformazione del distretto di Vigevano in Shoe Tech Valley; realizzare un piano di valorizzazione per il settore vitivinicolo; favorire l’aggregazione tra Comuni; mgliorare l’integrazione nell’area metropilitana milanese; rafforzare l’industria creativa e culturale e promuovere il turismo di qualità; migliorare le performances ambientali, in particolare l’economia circolare; incentivare la residenzialità di giovani.Per capire il futuro di Vigevano è importante conoscere la sua storia: a Vigevano gli anni che vanno dal 1880 al 1900 sono caratterizzati da una sensibile espansione del calzaturiero. E’ all’alba del ‘900 che avvengono le significative trasformazioni di un settore che si prepara con gli anni a diventare sistema. Nascono le prime officine meccaniche, si comincia ad utilizzare l’energia elettrica al posto di quella idraulica e si diffondono i primi cosiddetti subfornitori. Il periodo della prima guerra mondiale è importante per gli scarpari. Vigevano diventa ‘il magazzino” dei militari e sui giornali le prime pubblicità raccontano quella che si appresta a diventare una straordinaria stagione industriale. Passano gli anni e, con l’introduzione delle fibre sintetiche nel settore tessile, si assiste ad un orientamento massiccio verso la monoproduzione calzaturiera. Dal 1920 al 1940 l’espansione è straordinaria. La Settimana della Calzatura fa conoscere Vigevano in tutto il mondo. La seconda guerra mondiale segna una breve battuta d’arresto, che viene però subito superata. Il miracolo vigevanese si traduce in una capacità produttiva straordinaria. La parola magica si chiama esportazione, elemento determinante del sistema. Nascono i primi calzaturifici industriali. Nel ventennio che va dagli anni ’60 agli anni ’80 le fasi dei calzaturifici sono alterne. Poi inizia la stagione della crisi. E’ rimasta però una grande cultura imprenditoriale, che deve ritrovare una direzione.

    Davide Zardo

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