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lunedì, Agosto 8, 2022
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    Dopo Pavia, si guarda verso Roma

    Il primo tempo è finito. La partita politica che si gioca in provincia di Pavia da qui al 2023 è iniziata con le elezioni provinciali e si chiuderà con le regionali e le politiche, che dovrebbero svolgersi in contemporanea. La contesa per piazza Italia è stata l’occasione per iniziare a sondare i rapporti di forza interni ai partiti, il tipo di voto si prestava a un confronto aperto: essendo una consultazione indiretta non coinvolgeva i cittadini, perciò i politici hanno lasciato da parte le dichiarazioni di facciata.

    LA SCURE Alla politica pavese in questo momento mancano i riferimenti, spazzati via dal referendum del 2020 che ha ridotto il numero dei parlamentari. Nel 2018 alla Camera erano eletti cinque deputati pavesi Elena Lucchini e Marco Maggioni (Lega), Alessandro Cattaneo (Fi), Iolanda Nanni e Christian Romaniello (M5S), in Senato entravano Gianmarco Centinaio (Lega) e Alan Ferrari (Pd). In tutto 7 rappresentanti poi diventati 6 – col decesso di Nanni è subentrata la lodigiana Valentina Barzotti – un contingente destinato a ridursi stante la contrazione di oltre un terzo del numero di scranni nei due rami del Parlamento nella prossima legislatura, il che vuol dire che a parità di legge elettorale i pavesi potranno contendersi 2 o 3 piazzamenti, cui si aggiungono 4 consiglieri regionali.

    LINEE DI FAGLIA Il rischio è di passare da 11 posti a 6 o 7, anche se i commensali che attendono di sedere a tavola sono di più. Ecco perché le provinciali sono state una battaglia all’interno dei partiti più che tra i partiti. Nella Lega si sono fronteggiate le diverse anime, quella di San Genesio (Ciocca, Mura, Fracassi), quella vigevanese (Ceffa, Sala), che sembra compatta nonostante l’offerta della candidatura a presidente provinciale fatta al sindaco ducale, e quella pavese di Centinaio, in questo momento più defilata, così come non è chiaro il posizionamento della componente Lomellina, abile a piazzare propri “uomini” mentre gli altri combattono, mentre quella oltrepadana guidata da Lucchini ha sostenuto Palli. Nel mezzo i vertici provinciali e regionali, che hanno «cancellato dal libro degli iscritti» i ribelli di Bargigia, ma non hanno pronunciato una parola su Ciocca e Mura, che della ribellione sono pubblicamente gli artefici. Nel Pd la divisione corre tra territori e al loro interno. Pavese e Oltrepò spingono la Lomellina in un angolo, considerandola bacino elettorale secondario, uno schema che a Vigevano provoca insofferenza, come dimostra la bocciatura dell’alleanza che il consigliere regionale Giuseppe Villani, insieme a Ferrari, avrebbero voluto costruire con una parte della Lega (San Genesio), come dimostra il voto di numerosi consiglieri e sindaci di centrosinistra per Bargigia. Una bocciatura che ha provocato la divisione tra il direttivo cittadino e il consigliere provinciale uscente Emanuele Corsico, che vedeva di buon occhio l’accordo e che ha deciso in seguito di non ricandidarsi.

    ATTENDISMO Al di fuori di questi due partiti, gli altri aspettano. Il M5S non ha eletto neppure un consigliere provinciale e anzi la vigevanese Silvia Baldina ha rinunciato a candidarsi, dall’altra parte Forza Italia gode ancora di un buon radicamento sul territorio – sono azzurri tre consiglieri su sei della nuova maggioranza in Provincia – ma è frenato dalle incertezze a livello nazionale, Fratelli d’Italia al contrario è forte sul piano italiano, ma lo è meno su quello locale, e c’è chi ipotizza (voci che, comunque, non trovano al momento conferma) che lo scontro interno alla Lega possa risolversi col passaggio di Ciocca nel partito di Giorgia Meloni (Piazza Italia sarebbe stata una dote interessante). Non è l’unico a muoversi aspirando a una candidatura da onorevole o da consigliere regionale. Accanto a lui ci sono gli uscenti Lucchini, Cattaneo, Maggioni, Romaniello, Centinaio, Ferrari, chi oggi è a palazzo Lombardia ovvero Mura, Ruggero Invernizzi (Fi), Villani, Simone Verni (M5S) e chi invece vorrebbe entrare o rientrare, senza dimenticare l’ex sindaco di Vigevano Andrea Sala; sia lui sia Ceffa hanno sottolineato più volte che Vigevano vuole un posto a Roma o a Milano, per ottenerlo hanno rinunciato alla candidatura del secondo alla guida della Provincia.

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