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    «Felici in Germania, i pro superano i contro»

    Cecilia Omodeo Zorini e Francesco Pastormerlo, sposati, entrambi under 30, vivono in Germania dal 2016. Si sono stabiliti a Braunschweig, comune di 300mila abitanti in Bassa Sassonia. Vivere in un altro Paese è stata una scelta o una necessità?

    «È stata una scelta. Volevamo entrambi fare un’esperienza all’estero e le nostre scelte lavorative (da neolaureati) in Italia erano orientate verso questo obiettivo».

    Avreste avuto la possibilità di trovare lo stesso impiego e lo stesso trattamento economico in Italia? E a Vigevano?

    Francesco «Indubbiamente a Vigevano sarebbe stato impossibile trovare opportunità in grosse aziende multinazionali. Tuttavia nel Milanese il mercato per un ingegnere chimico neolaureato è sicuramente più vasto. Le disponibilità al trasferimento all’estero ha sicuramente catalizzato il progresso di carriera che altrimenti, probabilmente, sarebbe risultato più lento. Parlando più generalmente del trattamento economico in Germania posso solo dire che un ingegnere neolaureato parte da uno stipendio di circa 40mila euro anno e pertanto si colloca sicuramente al di sopra della media italiana che è al di sotto dei 30mila euro».

    Cecilia «Finita l’università ho aperto la partita iva e iniziato a fare terapie private. Nel pubblico nonostante le lunghe liste d’attesa dei pazienti, non vengono assunte nuove figure e aprire uno studio in Italia non è stato facile. Al netto delle spese non rimaneva molto… in Germania la possibilità di trovare lavoro in ambito sanitario è molto alta, gli stipendi sono comunque in linea con quelli del pubblico in Italia».

    Quali sono le prime due differenze positive che vi vengono in mente pensando alla vita nella vostra città rispetto a Vigevano? E le prime due differenze negative?

    «Quanto a quelle positive, in generale la qualità della vita è molto buona, Braunschweig è una città che offre molto, ci sono molti parchi, piste ciclabili fatte come si deve e la gente è più rilassata e ha indubbiamente un senso civico più sviluppato della media italiana. Il rovescio della medaglia è la lontananza dalla famiglia e dagli amici italiani, che ogni tanto pesa, così come la difficoltà di reperire prodotti tipici nei supermercati, ad esempio la crescenza di cui andiamo matti».

    Pensate che la vostra scelta sia definitiva? Rientrereste a Vigevano?

    «Mai dire mai. Per il momento siamo felici e soddisfatti della vita in Germania e i pro superano di gran lunga i contro.

    In un ipotetico rientro in Italia cercheremmo di muoverci verso una città che si possa avvicinare allo stile di vita attuale e che però ci consenta visite più frequenti ad amici e famiglia. Attualmente Vigevano offre solo la seconda di queste due cose e… non basta

    Il vostro percorso scolastico e di formazione si è svolto in gran parte in Italia: non credete che il trasferimento di giovani altamente scolarizzati, come nel vostro caso, rappresenti un danno economico e umano per il vostro paese d’origine?

    Al giorno d’oggi siamo cittadini del mondo e in un libero mercato, avendone la possibilità, si tende a scegliere il miglior compromesso costo beneficio. Noi abbiamo fatto esattamente questo. Chissà quanti laureati arrivano sulle nostre coste con il sogno di integrarsi nella nostra società… l’Italia è pronta a sfruttare queste risorse?»

    Vi sentite in parte responsabili di questo impoverimento?

    «Quando sentiamo italiani nel mondo che fanno scoperte sensazionali o che ricoprono posizioni importanti, viene sottolineata la loro provenienza ed è elogiata l’efficacia del nostro sistema scolastico. Crediamo si debba uscire dallo schema del singolo stato e pensare più in grande ad un sistema più ampio».

    Vi sentite di più cittadini italiani, tedeschi, europei o altro?

    «Cittadini europei, con responsabilità e doveri nei confronti dell’intero pianeta».

    Com’è l’Italia vista dall’estero?

    «Uno stato “in potenza”, che potrebbe essere leader in molti settori, e in alcuni già lo è, come ad esempio la cucina, la moda, la cultura… ma che per ragioni sconosciute non riesce a decollare. L’Italia rimane all’estero un mistero, che però a volte sorprende, anche in positivo».

    Consigliereste a un giovane italiano di emigrare?

    «Deve essere lui stesso a provare quel moto di curiosità e partire. All’estero non è tutto “meglio”, ci sono difficoltà e bisogna rimboccarsi le maniche per districarsi tra lingua del posto e burocrazia. Cecilia ad esempio, ha dovuto studiare la lingua fino al livello B2, partendo da zero, e poi studiare un anno ergoterapia per ottenere il riconoscimento del titolo di studio italiano».

    G.D.S.

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