Giovani / Colpevoli di giovinezza?

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Niente scuola e niente università se non a distanza, un debito pubblico che erediteranno, niente occasioni di svago e socializzazione e una sottile campagna di colpevolizzazione dei comportamenti. I giovani affrontano la pandemia da soggetti passivi, ne subiscono le conseguenze senza essere coinvolti nel processo decisionale, una prassi invalsa in un’Italia a trazione gerontocratica che alle nuove generazioni assegna l’unico ruolo riconosciuto di “attendenti”, eterni Godot.

Per la prima volta si sono trovati al cospetto della Storia, di fronte a una sfida più impegnativa di quelle che alla stessa età hanno dovuto affrontare i vari boomers o millennials, nel mezzo di un mondo che dopo il 2001 non sa cosa vuole essere – unipolare, multipolare, di nuovo bipolare – che cerca di riprendersi dalla crisi finanziaria del 2008, che fronteggia il cambiamento climatico e che mette in discussione la globalizzazione ovvero il pianeta in cui sono nati.

E se è vero che non hanno dovuto calarsi in una trincea né sono stati confinati in un campo di concentramento, ma gli si è solo chiesto di indossare una mascherina tra i banchi e stare un po’ più distanti, occorre anche riconoscere che la socializzazione non è un aspetto marginale.

Nonostante questo durante la prima ondata la risposta delle nuove generazioni è stata positiva; si sono ritrovati con un orizzonte ristretto alle pareti di casa e alla finestra della Dad, con un insegnante come unico contatto con lo Stato. Senza darsi malati si sono fatti trovare al loro posto, salvo poi scoprire che l’impegno era superfluo e che tanto sarebbero stati promossi tutti, perché solo per un Paese che discrimina il merito la valutazione da occasione di crescita diventa un evento negativo, senza considerare che chi la “riceve” è soggetto attivo dell’intero processo e che semmai è chi “mette un voto” a svolgere la funzione di “certificatore”.

Eppure nel corso dell’estate i loro comportamenti sono stati messi sul banco degli imputati. Si sono trasformati “nel popolo della movida”, dedito a turpi abitudini, come se festeggiare fosse un reato o come se un po’ tutti non avessero cercato di riassaporare la “normalità”; si è scivolati verso un’etica dei contagi in cui prima che malati si è colpevoli. Sia chiaro, le infrazioni ci sono state e sono state gravi in quanto hanno contribuito alla situazione epidemiologica attuale. Nondimeno devono essere state meno decisive di altre se le scuole non sono diventate lazzaretti: in Italia sarebbero responsabili del 3.8% delle infezioni insieme ai docenti, a metà ottobre solo lo 0.08% degli alunni era risultato positivo. Non hanno deciso loro che sui mezzi di trasporto ci poteva stare l’80% dei passeggeri previsti – come se col virus si potesse scendere a patti e discutere di soglie – ma sono stati i primi a pagarne le conseguenze, col blocco delle lezioni in presenza nonostante in Francia, Germania, Regno Unito restino aperte anche le superiori. In ossequio a un principio economicistico, anche se la Fondazione Agnelli ha stimato in 20mila euro il danno prodotto nella vita professionale di ciascuno studente di oggi – il 10% del Pil – e se il ricercatore e pediatra Alasdair Munro ha sottolineato che «lo stato può rimpiazzare i redditi, ma non i benefici che la scuola fornisce».

Gds

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