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    Giustizia, parla Beretta: «Referendum? I quesiti mancano il bersaglio»

    Le esigenze manifestate sono apprezzabili. I risultati possibili modesti o discutibili. Mi concentrerò sulle conseguenze di un esito positivo dei referendum, ammesso che la Corte Costituzionale dichiari ammissibili tutti i quesiti.

    Cesare Beretta
    Beretta, già Presidente di Sezione del Tribunale di Pavia

    Il primo quesito propone l’abrogazione dell’articolo 25, comma 3 della L. 195/58 laddove prevede la necessità di una lista di presentatori per la candidatura di un magistrato per le elezioni del Consiglio superiore della magistratura. Nell’intenzione dei promotori ciò dovrebbe limitare il potere delle correnti che caratterizzano l’Associazione nazionale magistrati. Il risultato positivo del referendum sarà risibile, perché l’influenza delle correnti non dipende da 25 presentatori di candidati. Il singolo candidato per essere eletto, dovrà comunque ottenere l’appoggio e i voti di un certo numero di colleghi che ne condividano un’idea di azione. Chiamiamolo gruppo di sostegno, anziché corrente, ma la sostanza non cambia. Le candidature, per avere speranza di successo, saranno vagliate e decise prima della formale presentazione, esattamente come succede adesso.
    Paradossalmente, la procedura che si vuole abolire per le elezioni al CSM è invece mantenuta per i Consigli giudiziari. In sostanza l’influenza delle correnti che si vorrebbe eliminare al CSM rimane inalterato nelle Corti d’appello.

    Il secondo quesito punta ad abrogare parti della legge L.117/1988, sulla responsabilità civile dei magistrati (tutti i magistrati: ordinari, amministrativi, contabili, militari, i privati che partecipano all’esercizio della funzione giudiziaria), per trasformarla da indiretta a diretta. Il danneggiato potrà fare causa direttamente al magistrato e non, come oggi, allo Stato che poi si rivale sul magistrato “colpevole” (la responsabilità diretta del magistrato è già prevista per i danni da reato). I promotori del referendum hanno focalizzato l’attenzione sulle conseguenze degli errori in campo penale. Senonché la responsabilità civile del magistrato sussiste, a parte il dolo, per fatti caratterizzati da colpa grave o costituenti diniego di giustizia, come definiti negli articoli 2 e 3 della stessa legge, non toccati dal quesito. Giustificare il quesito ricordando il cittadino colpito da accuse che si dimostrano inesistenti, è fuorviante, perché un rinvio a giudizio seguito da un’assoluzione e una condanna in primo grado, ribaltata nei gradi successivi non sono di per sé conseguenza di dolo o colpa grave (interpretazione delle norme e valutazione di prove non danno luogo a responsabilità). Si sostiene poi che l’attività dei magistrati è equiparabile a quella di qualsiasi altro funzionario pubblico, dimenticando che la Corte Costituzionale, con sentenze rese nell’arco di mezzo secolo, dalla n.2/1968 alla n.164/2017, ha sempre sottolineato la peculiarità della funzione giudiziaria rispetto alle normali funzioni amministrative. Risultato prevedibile in caso di esito positivo del referendum? Aumenterà per i magistrati il costo dell’assicurazione sulla responsabilità civile, quanto al resto…

    Il terzo quesito mira alla parziale abrogazione di due norme del Decreto Legislativo 25/2006, per consentire ai membri non togati del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei Consigli giudiziari di deliberare, tra l’altro, sulle valutazioni di professionalità dei magistrati. Si tratta di organi composti da magistrati ordinari, da una rappresentanza degli avvocati e dei professori universitari in materie giuridiche e, nel caso del Consiglio giudiziario, presso le Corti d’appello, da un rappresentante dei giudici di pace e da membri designati dal Consiglio regionale. L’esito positivo del quesito può conseguire lo scopo della piena partecipazione alle delibere della componente non togata. Si vedrà se comporterà una (più) equa valutazione delle singole professionalità.

    giustizia 2

    Il quarto quesito, mirante alla separazione delle carriere tra pm e giudici, tocca diverse norme dell’ordinamento giudiziario che disciplinano i casi di passaggio dalla magistratura requirente a quella giudicante, casi già sottoposti a cautele e limitazioni proprio con le norme che si vorrebbe abrogare. Gli stessi promotori sanno che il quesito potrà comportare una separazione delle funzioni, non delle carriere. Chi scrive non è pregiudizialmente contrario ad ipotesi di separazione delle carriere, ma ciò richiede una modifica costituzionale ed una legislazione ad hoc.
    Il quesito è inidoneo ad affrontare la questione principale, perché, allo stato, i magistrati ordinari costituiscono un’unica categoria e la loro carriera si sviluppa con regole identiche per tutti, pur nella diversità di funzioni. Ne viene un qualche sospetto di inammissibilità del quesito.

    Il quinto quesito punta all’abrogazione di parte dell’art.274 comma 1 lett. c del codice di procedura penale. L’esito positivo del referendum escluderà dal novero delle esigenze cautelari il rischio di nuova commissione di reati della stessa specie e di illecito finanziamento dei partiti.
    Nulla da dire sullo scopo di evitare carcerazioni anteprocesso cui non corrisponderà una pena da espiare in carcere. L’esito positivo del referendum avrà uno sgradito effetto collaterale. Non si potrà adottare alcuna misura nei confronti di soggetti ipoteticamente pericolosi, quali, ad esempio, persone condannate più volte per spaccio di droga, ma non inseriti in contesti criminalità organizzata, oppure per ladri d’appartamento, di fronte al pericolo concreto che continuino a commettere reati della stessa specie, perché sono reati commessi di solito senza le condizioni che legittimano altrimenti la valutazione di pericolosità (uso di armi, violenza alle persone, contro l’ordine costituzionale).

    Il sesto quesito punta alla totale abrogazione del decreto legislativo n.235/2012. Esso contiene l’elenco delle cause di incandidabilità al parlamento nazionale a quello europeo, alle regioni, agli enti locali, oltre che a incarichi di governo. Disciplina poi le cause di sospensione e decadenza di diritto degli amministratori locali anche nel caso di condanne non definitive.
    Proponendo l’abrogazione dell’intera legge, il quesito fa di ogni erba un fascio. Evitare un automatismo di decadenza da una carica elettiva in certe condizioni ha un senso, non così escludere la incandidabilità di soggetti condannati per reati gravi. Anche qui aleggia qualche sospetto di inammissibilità.

    Cesare Beretta

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