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    L’esperienza di Michele e Vittorio in Lussemburgo e Lituania

    «Si dovrebbe offrire di più ai giovani»

    Uscire dalla “zona di comfort” per aprire la mente e scoprire la complessità del mondo. Michele Laverone, 32 anni e da 8 in Lussemburgo, non ha dubbi sulla positività della sua esperienza fuori dai confini dopo una laurea in Economia presa alla Cattolica di Milano: «Finita la laurea magistrale ho cominciato a cercare uno stage in ambito commerciale in linea a quanto avevo studiato. Dopo aver fatto vari colloqui in Italia, ho ricevuto una proposta dalla Ferrero per una posizione in Lussemburgo. Ho accettato al volo anche se devo dire che in quel momento non sono partito proprio “a cuor leggero”. Nel giro di un mese ero già su un aereo con la valigia piena di abiti pesanti e la mente piena di sogni». Una scelta ha pagato, anche dal lato economico: «Il Lussemburgo è uno stato molto ricco, con un tenore di vita tra i più alti al mondo. A parità di posizione lavorativa un dipendente qui guadagna circa 2-3 volte più di un italiano. Il costo della vita è proporzionato ai salari, quindi è un po’ più caro che in Italia, ma la differenza tra i due paesi rimane grande». Al netto delle cose positive offerte dal paese mitteleuropeo («I servizi e la pubblica amministrazione funzionano e sono efficienti ma, è una cosa buffa, mancano i bidet») Michele non pensa di restare lì tutta la vita: «Già ora rientro in Italia, a Vigevano, almeno una volta al mese; lì vivono la mia famiglia e alcuni dei miei amici. Forse un giorno deciderò di spostarmi di nuovo nel Belpaese, ma non saprei dire se a Vigevano o altrove.

    Non mi sento responsabile dell’impoverimento dovuto all’emigrazione: probabilmente se avessi trovato le giuste condizioni in Italia sarei rimasto, ma nel mio caso la mia vita ha preso altri percorsi

    «Un paese come l’Italia per essere competitivo è obbligato per forza a fornire le migliori condizioni di sviluppo ai giovani specie se si è investito tanto per formarli. In tanti casi però questo non avviene e i più ambiziosi o forse i più “avventurosi” tra noi decidono di lanciarsi in una nuova avventura oltre confine». Il clima politico in Italia non aiuta a sanare questa situazione: «Dal punto di vista artistico e vacanziero viene vista come un paese meraviglioso, ricco di storia e con un clima eccellente conferma Michele – dal punto di vista politico ed economico purtroppo non bene. I continui contrasti con l’Ue e i ripetuti “scivoloni” dei nostri rappresentanti hanno indebolito la nostra immagine pubblica, dando l’idea di un paese poco credibile e soprattutto affidabile».

    «Siamo effetto della crisi, non causa»

    Emigrare, una necessità per avere un futuro. Vittorio Pietrasanta, 29 anni e laureato in Giurisprudenza, vive in Lituania da circa 2 anni: una scelta, la sua, dettata dalla ricerca di migliori condizioni occupazionali e di vita.

    In Italia stavo sperimentando il precariato a più di un anno dalla laurea, vivevo con i miei genitori e non avevo nessuna prospettiva economica – racconta – Volevo vivere in Italia, ma era una scelta non percorribile a quel punto: per raggiungere un livello di vita economico e sociale maggiore di zero, non ho avuto altra scelta che andarmene

    Sulle rive del Baltico (scelta non usuale: nel 2018 solo 51 italiani hanno scelto la Lituania come meta d’emigrazione) ha trovato un paese dinamico e vivace: «Dove vivo ora, a Vilnius, i servizi sono molto più efficaci e “digitali”, le possibilità di carriera tendenzialmente infinite. Onestamente Vigevano non può reggere il paragone, eccetto in tema di clima, ma soltanto in inverno, e di cibo.

    Molto probabilmente in Italia non avrei avuto possibilità di trovare lo stesso impiego e lo stesso trattamento economico, a parità di costo della vita; certamente non sarebbe stato possibile a Vigevano

    La “fuga di cervelli” all’estero per Vittorio è sicuramente un danno economico per l’Italia, del quale però non si sente responsabile: «Mi sento l’effetto della recessione economica senza fondo, non la causa». Tornare nel Belpaese (sul quale anche in Lituania, racconta, girano molti stereotipi negativi, tra i quali vanno per la maggiore l’assenza di lavoro e l’eccessiva confusione nel trovarlo) per lui è un’eventualità remota: «Tornerei in Italia solo all’apice della mia carriera, ma non sento questa esigenza. Non a Vigevano certamente». Anche perché la sua identità è ormai “mista”: «Mi sento un cittadino europeo sul piano generale, lituano in senso strettamente civile e italiano in quello culturale».

    Alessio Facciolo

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