Superiori / Inverno in videolezione? Senza Invalsi non si conoscono i danni

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Un inverno in didattica a distanza, è questo lo scenario che potrebbe delinearsi per la scuola.

Con quali conseguenze materiali e umane?

Dal 26 ottobre al 24 gennaio è già una certezza, tre mesi ovvero grosso modo quanto è accaduto durante il primo lockdown, ma col rischio di un ulteriore prolungamento nel mese di febbraio perché l’Italia non è ancora uscita dalla seconda ondata e i numeri dicono che su questa con tutta probabilità si è già innestata la terza. Quello che le cifre non dicono invece è quali sono i danni in termini di competenze perse, di contenuti che resteranno un buco nel percorso formativo, perché nell’anno scolastico 2019-2020 il Ministero dell’istruzione ha scelto di rinunciare a misurarli, annullando le prove Invalsi, che hanno proprio il compito di fare una fotografia dell’efficienza del sistema d’istruzione e del livello raggiunto dagli studenti nelle competenze. In assenza di questi e nella speranza che le prossime si svolgano regolarmente anche se non mancano voci di una nuova cancellazione così come di una nuova promozione d’ufficio per tutti, restano solo la percezione dei docenti – che tuttavia è soggettiva – e le statistiche raccolte da altri paesi.

PP Scuola superiori - Invalsi
niente Invalsi nell’a.s. 2019-2020, a rischio anche nel 2020-2021

ALL’ESTERO Ad esempio nei Paesi Bassi i test sono stati fatti sia prima sia dopo la didattica a distanza, così da misurare le differenze e valutare che nei due mesi di chiusura delle scuole sono emerse vere e proprio lacune, come se le videolezioni neppure ci fossero state. Una perdita che, ha spiegato al Sole 24 Ore Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, è stata stimata pari al «20% del progresso previsto» e che, assumendo per l’Italia condizioni identiche a quelle olandesi su un arco temporale più esteso (tre mesi e mezzo), «sarebbe probabilmente superiore al 30%». Sempre Gavosto fa riferimento anche a studi relativi agli Stati Uniti in cui si evidenzia un ritardo nella formazione tra il 30% e il 50% nelle competenze matematiche e nella madrelingua. Rispetto ad altre nazioni, prima della pandemia l’Italia scontava già lacune in questi ambiti, con le prime padroneggiate a livello 4 o 5 del Piaac solo dal 4.5% del totale contro un 32% che si colloca a livello 1 o inferiore (media Ocse 19%) e quelle linguistiche dal 3.3% al grado più alto – ultimo stato tra i 24 partecipanti, media Ocse 11.8% – e da oltre un quinto al più basso. Il che si traduce in meno opportunità professionali e maggiori difficoltà nell’esercizio della cittadinanza, ma anche nell’accesso ai servizi, sempre più digitali.

PP Scuola superiori - Olanda

I GIOVANI Fin qui gli aspetti materiali, ma le conseguenze hanno a che fare anche con la dimensione umana.

Gli studenti di Vigevano e della Lomellina, in un sondaggio de L’Araldo dello scorso novembre, avevano risposto che nel 48% dei casi le loro prospettive erano cambiate in peggio e che la didattica a distanza, pur permettendo di studiare (71%), rendeva più difficile stare lontani (32%) e allontanava le persone (40%), lamentando un’attenzione per i giovani inesistente o quasi (52%).

A queste indicazioni parziali si sommano quelle rilevate su scala nazionale da Save The Children e Ipsos nel rapporto I giovani al tempo del coronavirus, basato su un campione di 60mila giovani tra i 14 e i 18 anni. Il 28% rivela che almeno un compagno ha smesso di frequentare, il 35% si sente impreparato, il 68% pensa sia più difficile concentrarsi, anche perché un 41% lamenta problemi di connessione – anche dei docenti – e un 33% la scarsa digitalizzazione degli insegnanti. Questo nonostante il 68% dia una valutazione positiva delle videolezioni, perché per il 72% è più difficile imparare cose nuove e socializzare.

OLTRE L’AULA Non è solo questione di seguire una spiegazione in presenza, perché i giovani hanno dovuto rinunciare alla vita sociale e hanno dovuto fare i conti anche con una privazione affettiva: riprendendo il rapporto, per il 52% ci sono state ripercussioni negative nelle amicizie, per il 63% si sono perse esperienze sentimentali importanti. Del resto accanto alle aule ci sono i corridoi, dove i ragazzi si incontrano, si conoscono, si innamorano, a volte si rifiutano, sperimentano tutte le dinamiche che ritroveranno nella vita adulta; e accanto alle aule ci sono palestre, campi, laboratori simboli di quelle attività sportive e culturali che sono state messe da parte ancora più della scuola. Il 38% e il 39% degli intervistati da Ipsos ha smesso di praticare sport di squadra e individuali, il 5% pensa che non riprenderà, a fronte di un 53% e di un 42% che già non lo faceva.

Il 18% ha rinunciato alla musica, in maniera definitiva per il 5%, contro un 74% che già né suonava né cantava, il 12% ha salutato il teatro, il 4% pensa per sempre, contro l’86% che in partenza restavano giù dal palco.

Non molto diversa la situazione per le attività ricreative, con il 22% che ha abbandonato l’oratorio, il 5% per non tornarci. Nel frattempo cresce la stanchezza (31%) e gli psicologi che operano in sinergia col Miur parlano di stress, nervosismo, irritabilità, depressione. Eppure questa settimana è stata varata dal Consiglio dei ministri la bozza del “recovery fund”, il cui vero nome sarebbe “Next Generation Eu”. Ma, per le nuove generazioni, per ora c’è solo il debito pubblico monstre accumulato per assicurare l’ossigeno e un posto in terapia intensiva all’economia. Sperando in una prognosi favorevole.

Giuseppe Del Signore

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