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mercoledì, Settembre 30, 2020
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    Una terra promessa… lontano da qui

    Nel 2018 hanno lasciato l’Italia 117mila persone, di cui 30mila laureati e circa 33mila diplomati. I dati Istat fotografano la perdita di capitale umano del Belpaese, ma si tratta di una diapositiva a tinte tenui dal momento che prende in considerazione solo gli italiani registrati presso l’Aire – Anagrafe dei residenti all’estero – i quali sono circa la metà del totale, ragione per cui i partenti potrebbero essere circa il doppio; di quelli censiti negli ultimi dodici mesi il 25.6% è in possesso della laurea e il 50.4% ha un titolo di studio di livello medio-alto, mentre allargando lo sguardo al periodo 2013-2018 sono circa 200mila gli espatriati laureati che hanno lasciato la penisola, un terzo dei 600mila che sono censiti nei paesi Ocse. Per uno stato che ha una media di “dottori” del 17%, tra le più basse dell’Unione Europea, che si attesta invece al 30%. Queste cifre sono l’emblema di una nazione che non investe sui giovani e gli scarica addosso il costo sociale delle generazioni precedenti – non a caso Eurostat stima che per ogni euro investito in educazione se ne spendono 3.5 per le pensioni – col risultato che l’Italia vede diminuire la sua popolazione – nel 2018 l’Istat ha certificato un calo di 90mila abitanti – nonostante un saldo migratorio positivo per 190mila unità.

    Il fior fiore Ad andarsene sono soprattutto e sempre di più persone qualificate, sulle quali quindi c’è un investimento iniziale in termini di formazione, circa 108mila euro per ogni laureato secondo l’Ocse, i cui frutti beneficiano altri paesi, impoverendo ulteriormente il contesto italiano: secondo la Fondazione “Leone Moressa”, che si occupa di studi e ricerche sulla “economia dell’immigrazione”,

    se i 250mila under 35 partiti negli ultimi dieci anni fossero rimasti a casa, avrebbero avuto un impatto sul Pil di 16 miliardi di euro

    in pratica l’equivalente di metà legge finanziaria, anche se è opportuno ricordare che chi parte in molti casi lo fa perché in Italia non trova opportunità lavorative oppure retribuzioni paragonabili a quelle che si ricevono all’estero. Secondo l’Ocse nei Paesi Bassi un “graduato” under 35 guadagna circa il 25% in più di un coetaneo senza quel titolo di studio, in Germania e nel Regno Unito circa il 35%, in Spagna più del 40%, in Italia il 10%. Poco per valorizzare chi termina un percorso scolastico di 18 anni e sa di affacciarsi su un mondo del lavoro che offre poche possibilità e presenta situazioni contrattuali “complicate”, un contesto che sfavorisce il passaggio tra ambito formativo e ambito professionale, come evidenzia anche la percentuale dei cosiddetti “Neet” – under 30 che non studiano e non lavorano – in Italia pari al 28.9% a fronte di una media Ue del 17.2% (dati Fondazione Moressa).

    Senza speranze Sono tre milioni di giovani che si trovano emarginati proprio nel momento in cui dovrebbero entrare a far parte a pieno titolo della popolazione attiva, cioé in età lavorativa, con tutto quello che ne consegue in termini di speranze frustrate, come ha messo nero su bianco nel 2017 Michele, trentenne della provincia di Udine che si è suicidato lasciando una lettera di denuncia:

    Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, di no come risposta non si vive, di no si muore. Ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse… sono stufo di fare sforzi senza risultati, stufo di colloqui di lavoro inutili, stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, stufo di fare buon viso a pessima sorte e di essere messo da parte…

    Un allarme che evidenzia quanto la scelta di vivere all’estero possa rappresentare una via di fuga rispetto a un’esistenza senza prospettive, elemento a cui lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dedicato parte del suo discorso di fine anno, riflettendo proprio su questa fascia della popolazione: «La fiducia va trasmessa ai giovani, ai quali viene sovente chiesta responsabilità, ma a cui dobbiamo al contempo affidare responsabilità». Questo anche perché è a loro che occorre affidarsi per confrontarsi con le sfide dell’età contemporanea: «Le nuove generazioni avvertono meglio degli adulti che soltanto con una capacità di osservazione più ampia si possono comprendere e affrontare la dimensione globale e la realtà di un mondo sempre più interdipendente».

    Il contesto vigevanese A Vigevano l’ufficio anagrafe non ha uno storico dettagliato degli spostamenti, nel 2018 tra gli under 35 risultano 9 persone emigrate all’estero, 80 casi di irreperibilità anagrafica, 446 di migrazione verso altri comuni italiani, 40 omesse dichiarazioni di dimora abituale su un totale di 2072 cancellazioni. Difficile ricostruire la dimensione del fenomeno a livello cittadino a partire da questi dati, anche se può essere significativo ricordare che il 18% degli under 35 che se ne vanno parte dalla Lombardia. I vigevanesi all’estero non mancano e si dovrebbe censire in maniera sistematica questo capitale umano disperso nel mondo, un patrimonio intellettuale che sarebbe significativo tentare di recuperare per il rilancio di una città che si candida a diventare capitale della cultura.

    Giuseppe Del Signore

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