Israele / L’ultimo atto di un processo storico non compiuto

Dal 7 ottobre sarebbero morti 1200 israeliani durante l’attacco di Hamas e 1500 terroristi (fonte governo israeliano), circa 11mila residenti a Gaza (secondo il ministero della Sanità di Gaza). Intanto l’operazione militare israeliana continua: nelle strade, nei palazzi, nei tunnel, negli ospedali, come quello di Al-Shifa, il più grande della Striscia, per Israele il quartier generale di Hamas. E mentre nei nosocomi i pazienti stanno per terra e sono operati anche senza anestetici, corrono le trattative per mettere la morte in pausa: una parte degli ostaggi in cambio di una manciata di prigionieri, politici e non, e di qualche giorno di tregua. Il mondo si divide – da una parte Israele, gli Stati Uniti, l’Ue in ordine sparso, il resto dell’Occidente, dall’altra la Lega Araba che per la prima volta va dall’Arabia Saudita all’Iran, passando per la Turchia, accantonando le rivalità, ma anche il Sudafrica, la Russia, paesi dell’America meridionale, l’Onu – ritrovandosi incapaci di andare oltre una visione manichea in cui il torto e la ragione stanno da una sola parte. Eppure proprio la storia e la geografia della Palestina – qui usato come nome storico dell’area compresa tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo – dovrebbero consigliare un approccio che rifugga il riduzionismo e preferisca la complessità.

LA FORESTA Anche perché questo conflitto è l’ultimo atto di un lungo e non compiuto processo storico; negarlo equivale a pretendere di spegnere un incendio estinguendo il fuoco di un solo albero mentre tutt’intorno il bosco brucia. Ed è un favore fatto dalle democrazie, che devono confrontarsi con l’opinione pubblica e ne dipendono, alle autocrazie, che possono farne a meno. L’ignoranza è un lusso in cui le prime indulgono, ma che non possono permettersi, per questo, come recita il motto di una trasmissione radiofonica, «tutti hanno il diritto ad avere un’opinione, noi tutti abbiamo il dovere di averla informata». A partire dalla storia.

CAMPO LARGO La presenza ebraica in Palestina risale all’età antica e alla stessa era è da ricondurre anche la fine di tale presenza, soprattutto dopo che l’imperatore Adriano nel secondo secolo fece costruire Aelia Capitolina nei pressi delle macerie di Gerusalemme, distrutta insieme al secondo tempio da Tito durante la prima guerra giudaica, e diede impulso alla diaspora, la dispersione degli ebrei nei territori dell’impero romano. Questa spinta centrifuga si invertì nel corso dell’Ottocento, quando nel contesto degli emergenti nazionalismi europei – e dell’antisemitismo diffuso in tutto il continente – fece la sua comparsa il sionismo, che aveva come obiettivi l’autodeterminazione del popolo ebraico e trovare una patria al medesimo. All’inizio non si pensò esclusivamente alla Palestina, ma anche all’Argentina, tuttavia il richiamo di Gerusalemme fu più forte e sin dalla fine del XIX secolo iniziò un rientro spontaneo nei territori dell’Israele storico.

IL FOCOLARE Processo che fu accelerato dalla prima guerra mondiale, quando l’area tra il Mediterraneo e il giordano fu affidata alla Gran Bretagna come mandato della Società delle Nazioni. Proprio il Regno Unito era uno dei principali sostenitori della causa sionista, tanto che nel 1917 il ministro degli Esteri aveva pronunciato la “Dichiarazione Balfour” con cui s’impegnava nella realizzazione di un «focolare nazionale ebraico» in Medio Oriente. Durante il mandato il flusso migratorio crebbe e iniziò a suscitare proteste, anche violente, nella popolazione araba; addirittura il Gran Muftì di Gerusalemme al-Ḥusaynī esortò il Terzo Reich a sterminare gli ebrei per scongiurarne l’arrivo in massa. Tuttavia la Germania fu sconfitta e al termine della seconda guerra mondiale proprio l’olocausto diede la spinta definitiva alla comunità internazionale: l’Assemblea generale dell’Onu nel 1947 approvò la risoluzione 181 in cui si prevedeva l’istituzione di due stati, ebraico e arabo. Proprio la componente araba non accettò l’impostazione e si arrivò alla prima guerra arabo-israeliana (1948-49), che vide Egitto, Transgiordania, Siria, Iraq attaccare Israele, capaci di respingere l’aggressione e conquistare il 78% del territorio della Palestina (l’al-Nakbah, “la catastrofe” in arabo, con centinaia di migliaia di palestinesi costretti ad abbandonare le proprie case e a trasferirsi nei campi profughi, dove in diversi casi ancora vivono).

GUERRE E ACCORDI Da allora si sono combattuti altri conflitti, tra i quali la “Guerra dei sei giorni” del 1967, con Israele capace di respingere l’offensiva di Egitto, Giordania e Siria occupando la penisola del Sinai e le alture del Golan, e la guerra dello “Yom Kippur” o di “Ramadan” del 1973, dall’esito incerto e che vide la restituzione del Sinai e portò allo storico riconoscimento tra Egitto e Israele (Camp David 1978) che costò al presidente al-Sadat la vita. Dagli anni ’60 si era sviluppata l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, il cui leader più importante è stato Yasser Arafat, che gradualmente è diventata l’interlocutore politico di Israele fino alla sigla degli accordi di Oslo (1993-95), che prevedevano la nascita dell’Autorità nazionale palestinese come primo passo verso la “soluzione a due stati”. Da qui un sostanziale stallo, tra provocazioni (la “camminata” di Sharon sulla “Spianata delle moschee”), Intifade (“insurrezioni”, la prima tra 1987 e 1993, la seconda tra 2000 e 2005, più di recente quella “dei coltelli”), lanci di missili, attivazioni di “Iron dome”, stanziamento di sempre più coloni in Cisgiordania – che dovrebbe essere parte dell’Anp e in cui vivono 450mila israeliani, più 220mila a Gerusalemme Est – e il tentativo di Israele di congelare la “questione palestinese” attraverso gli “Accordi di Abramo” siglati con Emirati Arabi, Bahrein, Marocco e in dirittura d’arrivo – prima dell’invasione di Gaza – anche con l’Arabia Saudita, per normalizzare i rapporti tra stato ebraico – nel 2018 la nuova “Legge fondamentale” approvata dalla Knesset ha stabilito che «Israele è lo Stato degli ebrei» – e paesi arabi. Proprio questi ultimi, secondo molti analisti, avrebbero fatto sentire nell’angolo Hamas, complice la distensione tra i padrini dell’Iran e i sauditi promossa dalla Cina. La strategia su come uscire da quell’angolo, tuttavia, non è stata determinata da alcuna causalità: l’azione terroristica del 7 ottobre non era necessaria né l’unica strada percorribile. La storia descrive i contesti, ma dentro quei contesti sono gli individui, i gruppi umani, le nazioni ad agire esercitando il libero arbitrio e assumendosene la responsabilità.

Giuseppe Del Signore

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