L’Inchiesta / Dsa, rivoluzione a metà

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui i bambini che facevano fatica a leggere, scrivere o fare i conti erano etichettati come svogliati, distratti o poco portati per lo studio. Spesso erano costretti a vivere la scuola come una continua frustrazione, con brutti voti e rimproveri che non tenevano conto delle loro reali capacità. Oggi sappiamo che, in molti casi, si trattava di Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA): dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia. Ma come è cambiata l’esperienza scolastica a 15 anni dall’introduzione della norma che li regola? L’Araldo presenta un’inchiesta in tre puntate sul mondo dei Dsa e delle certificazioni, tra tante luci che hanno consentito a migliaia di studenti affrontare la scuola con gli strumenti adatti e qualche ombra quando il certificato diventa un muro dietro cui nascondere problemi di natura diversa, magari minando l’autostima dell’adolescente.

LA SVOLTA Intanto occorre precisare che i Disturbi specifici dell’apprendimento non hanno nulla a che fare con l’intelligenza o le competenze, ma richiedono un modo diverso di insegnare e di apprendere. Il passo decisivo per cambiare le cose è arrivato nell’ottobre del 2010 con l’approvazione della Legge 170 – la cui premessa è la legge 53 del 2003 che introdusse il concetto di personalizzazione dell’insegnamento – una norma che ha rivoluzionato il mondo della scuola italiana, introducendo tutele e strumenti per garantire a tutti gli studenti con Dsa le stesse opportunità dei loro compagni. La legge dice, in sostanza, una cosa semplice ma fondamentale: tutti gli alunni hanno diritto a studiare e a dimostrare le proprie capacità senza essere penalizzati dalle difficoltà legate al loro disturbo di apprendimento. Per questo la scuola deve farsi carico di alcune responsabilità precise. Innanzitutto, deve imparare a riconoscere i segnali:

non sempre un bambino che legge lentamente o commette molti errori è “pigro” o “non applicato”, potrebbe semplicemente avere un Dsa. In quel caso la famiglia è indirizzata verso una diagnosi specialistica.

GLI STRUMENTI Una volta accertato il disturbo e consegnata la certificazione all’istituto scolastico di frequenza, entrano in gioco gli strumenti previsti dalla legge. Gli insegnanti devono predisporre un Piano Didattico Personalizzato (Pdp), costruito insieme alla famiglia e in teoria insieme agli specialisti, anche se l’esperienza della quasi totalità delle scuole vede i professionisti uscire di scena dopo la diagnosi. Nel Pdp si stabilisce, ad esempio, che lo studente potrà utilizzare mappe concettuali, calcolatrici, computer o programmi di sintesi vocale per studiare. Oppure che avrà più tempo a disposizione nelle verifiche scritte, o potrà essere dispensato da alcune prove troppo complesse in relazione al suo disturbo. Sono le cosiddette misure compensative e dispensative, pensate per mettere tutti sullo stesso piano: non un vantaggio, dunque, ma la possibilità di non partire svantaggiati. La legge 170 non si ferma alla scuola dell’obbligo: anche all’esame di maturità e nelle università gli studenti con Dsa hanno diritto a misure di supporto adeguate. Questo significa che un maturando dislessico può affrontare le prove scritte con strumenti digitali o tempi più lunghi, o che all’università può usufruire di tutor e servizi dedicati. L’idea di fondo è che la difficoltà nella lettura o nella scrittura non deve oscurare il resto delle competenze: un ragazzo con dislessia può avere un talento per le lingue o la letteratura, uno con discalculia può essere brillante in matematica.

SVOLTA CULTURALE Questa normativa ha rappresentato un’autentica svolta culturale. Per migliaia di studenti, la scuola è diventata un luogo più accogliente, in cui non sentirsi più “meno capaci” o condannati al fallimento. Non è un caso che molti ragazzi, grazie alla Legge 170, abbiano potuto scoprire e valorizzare i propri talenti, recuperando fiducia in se stessi e costruendo percorsi di successo personale e professionale. Eppure le difficoltà non mancano. In alcune scuole, la formazione degli insegnanti è ancora insufficiente, e capita che i Pdp siano applicati solo sulla carta oppure che siano una fotocopia l’uno dell’altro oppure ancora che siano realizzati senza leggere davvero la diagnosi.

ALCUNI CASI Non è solo sciatteria: «Mi è capitato più volte – racconta un docente del triennio di un istituto secondario vigevanese – di leggere un Pdp predisposto nel biennio e di trovare indicati dei Dsa che in realtà non erano presenti nella diagnosi, come una persona indicata come disgrafica che invece era solo dislessica. Di conseguenza si applicavano misure dispensative e compensative non adatte a quello specifico studente, facendo venire meno il presupposto di base di un Piano didattico che è definito non a caso “personalizzato”. In questo modo si può alimentare l’insicurezza di studenti che spesso hanno una bassa autostima e pensano di essere capaci solo perché hanno a disposizione degli strumenti». Un’altra docente del territorio ricorda il caso di «una ragazza che palesemente non aveva bisogno di grandi strumenti, anzi che a mio avviso non presentava un Dsa (e infatti nella diagnosi c’erano delle lacune, ad esempio nei risultati dei test a cui avrebbe dovuto essere sottoposta).

Per tutto il triennio la sfida è stata convincerla ad abbandonare progressivamente le mappe concettuali, scoprendo che in realtà non aveva necessità di usarle, tanto che il suo profitto non è cambiato, al contrario di quello che pensava lei la prima volta che le ho proposto di farne a meno.

Un terzo prof presenta il caso di «uno studente che aveva un Pdp, ma non lo voleva e lo viveva come un’imposizione. A un certo punto ha chiesto di non avvalersi più di alcuna misura dispensativa e compensativa; forse gli erano servite in passato, ma purtroppo ci troviamo spesso a lavorare su diagnosi che sono state realizzate al termine della primaria o della secondaria di primo grado e che non rispecchiano la realtà di un ragazzo delle superiori, tanto che spesso i documenti stessi indicano “da aggiornare al termine della secondaria di primo grado”, cosa che molto spesso non accade».

IN ATTESA La norma prevede che le diagnosi non scadano, cioè è sufficiente accertare una volta sola la presenza di un Dsa, perché non si tratta di una “malattia” da cui “guarire” bensì solo un funzionamento diverso e innato del cervello, ma un aggiornamento è consigliato al termine di ogni ciclo di studi. Un consiglio che però si scontra con evidenti criticità: ci sono territori in cui ottenere una diagnosi è complicato e i tempi di attesa molto lunghi, tra cui anche quello di Vigevano e della Lomellina, come L’Araldo ha verificato in questa inchiesta. La realtà non è sempre uniforme e il rischio è che la tutela prevista dalla legge non si traduca, ovunque, in diritti effettivamente garantiti. Nonostante questi limiti, a 15 anni dalla sua approvazione, la Legge 170 ha cambiato profondamente il modo in cui pensiamo alla scuola e all’apprendimento. Ha diffuso un messaggio che va oltre le aule e riguarda la società nel suo complesso: imparare non significa fare tutti le stesse cose nello stesso modo, ma dare a ciascuno gli strumenti per esprimere le proprie potenzialità.

Giuseppe Del Signore, Massimo Sala

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