«Gli episodi che si subiscono a una certa età te li porti per tutti gli anni successivi». Quanto sono estesi i coni d’ombra dello sport e quanti ragazzi e ragazze ci sono in quest’ombra? Palestre, campi sportivi, palazzetti, spogliatoi sono i locali che accompagnano gran parte del tempo libero dei giovani, ma quanto si conosce delle strutture che li ospitano e degli adulti a cui sono affidati?
Nel 2024 il 75.6% della fascia 11-14 anni ha fatto sport (Istat), qual è la formazione pedagogica dei professionisti che li accompagnano e in che modo si sono preparati non solo a insegnare uno sport, ma anche a fornire un modello educativo in quella che per un bambino o un adolescente è prima di tutto un’attività ricreativa e formativa? Possono sembrare domande oziose o non pertinenti, eppure gli abusi nella pratica sportiva sono un tema tanto emergente quanto tabù, coperto da reticenze e a volte da vera e propria omertà, finché uno scandalo troppo grande per essere nascosto non le porta allo scoperto. Secondo l’unico studio esteso fatto in Italia finora e pubblicato nel 2023, su un campione di 1446 intervistati il 36.8% aveva subito una qualche forma di violenza.
STUDIO «Io penso che non sia raro, ma è come la mafia e non se ne parla di queste cose qui, ed è sbagliato», ha raccontato uno degli intervistati ai ricercatori del progetto di “Change the game” realizzato da Nielsen e partecipato da Ministero dello sport, Fondazione Cannavò, università Sapienza. Il report è stato condotto a partire da un campione che, per quanto ampio, non copre una vasta fetta di chi pratica o ha praticato sport, ma è comunque il più esteso fin qui realizzato nel contesto italiano e ha evidenziato in quasi 4 su 10 dei partecipanti delle forme di prevaricazione, un dato tra l’altro coerente con quelli di studi più ampi realizzati in altri stati: del 38.6% che le ha segnalate, il 30.4% ha subito violenza psicologica, il 18.6% violenza fisica, il 14.5% negligenza, il 13.7% violenza sessuale, il 19.4% violenza multipla. Tra i comportamenti considerati abuso o violenza i più diffusi sono umiliazione, maltrattamenti verbali, critiche sull’aspetto fisico, esercizi fisici imposti come punizione, aggressione fisica, richiesta di prestazioni irrealisticamente elevate, imposizione di attività da infortunato, commenti erotici o a sfondo sessuale. Alcuni di questi possono apparire poco gravi, ma occorre ricordare che per le Nazioni Unite «anche le cosiddette forme “leggere” di violenza interpersonale, specialmente contro i bambini, sono inaccettabili, inclusi comportamenti che altre persone potrebbero definire innocui».
I RACCONTI Accanto all’analisi quantitativa, il gruppo guidato dal docente universitario britannico Mike Hartill ne ha condotta una qualitativa intervistando in maniera estesa 16 persone. Le testimonianze offrono uno spaccato di cosa può diventare lo sporta a contatto con allenatori e altri adulti (responsabili nel 62.3% dei casi di violenze e abusi) e compagni (nel 55.8% dei casi) inadeguati. «C’erano delle cose divertenti – ricorda uno degli intervistati – tipo il trampolino dove uno saliva e saltava dentro questa piscina piena di gomma piuma e io non lo potevo mai fare “ma perché?” e lui superstizzito “ma ancora non l’hai capito? Sei grasso!” e da lì ho smesso […] Sono arrivato a darmi i pugni perché odiavo quella pancetta». In generale emergono un processo di colpevolizzazione delle vittime, «ammetto di essere stato un bambino gracilino, non bravo in quello sport» racconta un altro, l’impreparazione dei tecnici, «molti allenatori non lo fanno come lavoro, ma come secondo lavoro e forse non riescono capire che deve esse un divertimento per tutti, compresi loro» oppure «lui urlava di più con me perché ero scarso e ho questa immagine di me che torno in fila e mi nascondo alla vista dell’allenatore», la difficoltà di raccontare quello che succede in primis ai genitori, «se ci penso ho ancora un vuoto allo stomaco: mio padre che diceva “andiamo ad allenamento” e io rigido che guardavo la tv e senza girarmi “no, no, no” e io capivo che lui voleva portarmi, per farmi stare con gli altri bimbi» o ancora «i miei genitori non sapevano nulla, cercavo sempre di trovare qualche scusa però loro non sapendo dicevano “se uno prende un impegno lo deve portare avanti” e così mi sono trascinata per un bel pezzo della mia preadolescenza» o «mi avessero chiesto non solo com’è andata la partita, ma cosa provavo, magari l’avrei detto. “Chi ha vinto?” mi chiedevano, non è che mi chiedevano come ti sentivi», ma anche l’effetto duraturo della violenza subita:
Gli episodi che si subiscono ad una certa età te li porti per tutti gli anni successivi.
ALTRI ADULTI Per gli autori dell’indagine questa fotografia, che non è quella di tutti i contesti in cui si fa sport, allo stesso momento dà un’immagine sottorappresentata della realtà, concordemente con quanto suggerisce la letteratura scientifica a livello internazionale. Eppure a distanza di due anni dalla pubblicazione non ha prodotto l’introduzione di un monitoraggio continuo in un ambito decisivo dello sviluppo di un adolescente. Renato Borgatti, direttore del reparto di neuropsichiatria infantile dell’Irccs Fondazione Mondino, intervistato da L’Araldo nel 2021 a proposito degli effetti della pandemia e dei lockdown in questa fascia di popolazione, spiegava che «gli adolescenti hanno bisogno di cercare punti di riferimento esterni alla famiglia nei coetanei, tramite esperienze di gruppo e prime relazioni affettive, che gli consentono di sperimentarsi, e nella ricerca di figure adulte significative diverse dalla famiglia; pensiamo agli insegnanti, agli allenatori, a educatori conosciuti in altri ambienti, come scout, oratori. Il processo di maturazione l’adolescente lo può portare a termine solo se si stacca dalle figure genitoriali e se si apre al mondo esterno». Inoltre «togliere lo sport ai ragazzi non è togliere una partita, ma togliere un valore educativo che parte dal preparare la borsa, fare la doccia insieme, parlare con gli altri anche di stupidaggini». Ecco perché è importante far sì che «vedo una col borsone» il pensiero non sia «chissà se ci va volentieri».
Giuseppe Del Signore


