Eredi Bertè / Le analisi ci sono, ma nessuno sa se il sito è contaminato

L’area ex Eredi Bertè è contaminata? A distanza di quasi 7 anni dall’incendio doloso di rifiuti – come accertato da una sentenza in primo grado – nella storia lomellina, finalmente sono state fatte le prime analisi, ma non ci sono risposte definitive e, nonostante le rassicurazioni di Regione Lombardia, sono gli stessi uffici a spiegare che nessuno sa cosa ci sia sotto i cumuli di rifiuti combusti.

L’ANALISI La Arcadia di Tromello, incaricata di fare gli esami preliminari, ha concluso la sua opera anche se i risultati non sono ancora stati resi pubblici e anche se i campionamenti sono stati superficiali e ad esempio non hanno interessato la falda. In attesa della pubblicazione dei dati la Regione rassicura:

Al momento non risulta nessuna evidenza di contaminazioni – fa sapere Dario Fossati, direttore generale dell’ufficio regionale ambiente e clima – ma sarà possibile accertarlo con certezza solo dopo avere rimosso tutti i materiali. Regione Lombardia sta valutando, sulla base delle risorse disponibili e delle altre richieste di finanziamento arrivate, la possibilità di finanziare l’intervento, probabilmente procedendo per lotti.

VERIFICHE Nello spiegare le finalità dell’intervento, è lo stesso Fossati a chiarire che oggi nessuno è in grado di escludere una contaminazione. «L’obiettivo è la rimozione dei rifiuti fuori terra attualmente presenti e il loro conferimento a idonei impianti di smaltimento e recupero autorizzati. Questo al fine di eliminare i potenziali rischi per l’uomo, rischio incendio in primis, e per l’ambiente, nonché per consentire in una seconda fase, l’esecuzione delle indagini necessarie a verificare eventuali impatti sulle matrici naturali: in particolare terreni sottostanti i rifiuti». Il Comune di Mortara aveva provveduto verso la fine di gennaio a chiedere alla Regione i fondi necessari alla completa rimozione dei rifiuti, stimati in 6 milioni di euro, trovando in tal senso una certa disponibilità.

LE DITTE A ottobre invece l’amministrazione comunale di Mortara aveva dato mandato alla società “St&A” di Vernate di predisporre un progetto di bonifica dell’area dove sorgeva la Eredi Bertè. Prima di qualsiasi passaggio è stato necessario procedere alla stima del tasso di inquinamento dell’area e qui è entrata in gioco la Arcadia per gli esami preliminari. «Sarà necessaria un’analisi approfondita – dichiara l’assessore all’ambiente di Mortara Cristina Maldifassi – al di sotto del cumulo di rifiuti per capire se sussisterà o meno il rischio inquinamento. Al momento è ancora tutto prematuro. Le analisi e i prelievi erano stati eseguiti proprio dalla Arcardia, mentre “St&A” lo scorso ottobre aveva provveduto a effettuare un campionamento sul cumulo di materiali».

VIA LIBERA La strada da percorrere per la bonifica, nonostante qualcosa si stia muovendo, almeno in merito ai controlli dell’area, appare ancora lunga: «Gli uffici tecnici del Comune – spiega Maldifassi – hanno ricevuto l’autorizzazione da parte del Pm per effettuare un volo sull’area per mezzo di un drone. Vorremmo iniziare a rimuovere qualche rifiuto già da questa estate». Nel mese di settembre il tribunale di Pavia aveva dato il via per poter esaminare l’area in questione. Dagli uffici della Provincia di Pavia è stato ribadito che spetta alla Regione il compito di finanziare e seguire l’iter per la bonifica dell’area. Intanto lo scorso novembre un’impresa vigevanese – Eco-Scavi snc – ha manifestato l’intenzione di procedere e ha ottenuto un primo semaforo verde dalla Provincia, senza necessità di effettuare la Valutazione d’impatto ambientale.

Rispunta Claudio Tedesi: il ”re delle bonifiche” consulente dell’azienda incaricata

“Rieccolo”. Questa volta non si parla di Amintore Fanfani, per il quale fu coniato l’azzeccato soprannome, ma di Claudio Tedesi, collaboratore tecnico della “ST&A”, la società che ha ricevuto l’incarico di preparare un progetto di bonifica dell’area ex Eredi Bertè.

CHI E’ Tedesi a tutti gli effetti in Lombardia può essere considerato il “re delle bonifiche”, visto che il suo nome è riapparso più volte nei più grandi interventi di bonifica regionali. E non sono mancati anche incidenti di percorso. La prima volta che il suo nome arriva agli onori delle cronache è per la questione Santa Giulia, il maxi quartiere di Milano costruito sui rifiuti. Nel 2009 i pm di Milano indagano una serie di persone con l’accusa di non essersi occupate della bonifica di alcuni terreni fuori Milano, come avrebbero dovuto fare, e di avervi costruito un’area residenziale. Tra questi c’è Tedesi con l’immobiliarista Giuseppe Grossi e il proprietario dell’area, Luigi Zunino. Passano cinque anni e, agli inizi del 2014, la procura chiede il rinvio a giudizio. Ma il giudice, sulla base delle perizie dell’Arpa, proscioglie tutti dall’accusa di avere lasciato la falda acquifera avvelenata. L’accusa più grave. Restano in piedi alcune contestazioni per reati inerenti la gestione dei rifiuti, per le quali Tedesi è stato prescritto. Fu lui inoltre a portare in tribunale i libri contabili di Asm Pavia, della quale era direttore generale, per un ammanco di 1.8 milioni di euro. Anche in quel caso finì indagato, ma assolto in quanto il fatto non sussiste.

IN LOMELLINA Ora Tedesi è inserito nell’organigramma della “St&A” di Vernate in qualità di collaboratore tecnico e non è noto se sia attivo sul progetto che riguarda Mortarta. Anche la Lomellina ha una lunga storia nell’ambito delle bonifiche. I nomi più famosi sono quelli della fabbrica tessile Rondo a Cilavegna e della Metalplast (recupero alluminio) alla frazione Garbana di Gambolò, che da anni godono dei finanziamenti che arrivano da Regione Lombardia (in entrambi i casi si parla di milioni di euro) per le bonifiche, visto che le due aziende sono fallite. Ma non sono gli unici casi, l’Agisco (Anagrafe e gestione integrata siti contaminati) a dicembre 2022 indica 21 aree in tutta la Lomellina, tra le altre: a Borgo San Siro un’effrazione dell’oleodotto Eni a Torrazza risalente al 2015, l’area industriale dismessa Sarpi Metalli, Cometal a Cason Polo, a Ferrera Erbognone il deposito “Praoil Oleodotti Italiani spa” – ancora in attività – a Cassolnovo – Villanova è presente l’oleodotto Sarpom che attraversa anche Parona, a Gambolò – Belcreda un’altra effrazione all’oleodotto Sannazzaro-Rho, datata 2015, a Lomello l’area Cattenone, un impianto di stoccaggio, a San Giorgio lo sversamento accidentale di resina ureica, a Valle l’ex Sif, a Vigevano la fabbrica chimica Fiscatech, colpita da un incendio a maggio 2023.

Ombre pesanti sul rogo, gli occhi della ‘ndrangheta sulla Lomellina

Lo scorso 24 gennaio la giudice del tribunale di Pavia Daniela Garlaschelli ha condannato Vincenzo Bertè, Andrea Biani e Vincenzo Ascrizzi rispettivamente a 6 anni, 7 anni e 2 anni e 6 mesi. Bertè era imputato per bancarotta fraudolenta, autoriciclaggio, false fatturazioni, Biani di incendio doloso, Ascrizzi per reati finanziari e riciclaggio. In precedenza il 18 settembre Vincenzo Bertè aveva rimediato inoltre un’altra condanna a 4 anni per incendio doloso. Il giudice ha anche indicato risarcimenti per circa 330mila euro (200mila per il fallimento, 50mila il comune di Mortara e AsMortara, 20mila AsMare, 5mila Legambiente, 4800 Futuro Sostenibile) e la confisca di beni per 1.8 milioni di euro. La sentenza – in attesa del prevedibile appello e dunque di un nuovo pronunciamento – conclude quello che è stato un lungo iter giudiziario, le cui ramificazioni portano in territori lontani e spesso accidentati, come quelli della malavita organizzata, così come suggerisce anche un approfondimento di “Dossier”, sezione di inchiesta di MilanoToday.

LA MOGLIE Già nel 2019 la moglie di Vincenzo Bertè aveva reso testimonianza spontanea ai giudici e nell’ordinanza del Gip Guido Salvini si parlava di minacce ricevute da esponenti vicini alla ‘ndrangheta verso la moglie dell’imprenditore mortarese. Fu proprio lei a raccontare come l’incendio fosse stato organizzato e addirittura il marito avrebbe finto un malore e si sarebbe fatto ricoverare da un amico medico compiacente all’ospedale di Mede. Una storia che si intreccia con una recente indagine milanese sulla criminalità organizzata, in cui emergerebbe in modo preponderante la convergenza tra le persone coinvolte nell’affaire Bertè e la criminalità organizzata, per un progetto che alla fine non ha visto la luce.

LA RICOSTRUZIONE Il filo che unisce il rogo Bertè, e le conseguenti condanne, e l’indagine sulla mafia a Milano per riciclaggio di denaro è il 39 enne Vincenzo Ascrizzi, che è coinvolto in entrambe. Titolare della società Mwr (parallela a quelle di Bertè e Biani) e condannato nel processo Bertè, Ascrizzi è accusato dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano nell’inchiesta su Giovanni Morabito (medico e figlio del ben più famoso boss Giuseppe detto “Tiradrittu”) e i suoi sodali per truffa, sostituzione di persona e associazione mafiosa perché avrebbe piazzato false polizze fideiussorie per società operanti nel campo del gioco d’azzardo. Secondo quanto emerge dalle indagini e viene riportato da “Dossier”, Ascrizzi avrebbe avuto il compito di far fare affari nel campo a Morabito, che sarebbe stato interessato a riciclare denaro e che per questo avrebbe voluto puntare sul settore dei rifiuti. Il luogo delle decisioni sarebbero stati gli uffici di via Vittor Pisani, zona stazione centrale, con un ruolo di coordinamento che sarebbe stato svolto da Massimiliano D’Antuono, uomo di fiducia di Morabito.

IN LOMELLINA L’obiettivo sarebbe stato organizzare un’associazione per lo smaltimento dei rifiuti con il coinvolgimento di Ascrizzi, che agli occhi del gruppo Morabito avrebbe rappresentato gli interessi del «proprietario della discarica che si è bruciata a Mortara», e di Vincenzo Bertè, che avrebbe partecipato a un altro incontro, il 30 giugno, quello che avrebbe dovuto portare all’accordo e che invece si sarebbe risolto in un nulla di fatto per l’arresto, avvenuto nella stessa giornata, di un presunto esponente della famiglia Alvaro di Sinopoli, intermediario con i Morabito. Un inconveniente che fa saltare il progetto delle cosche Morabito, Alvaro, Mancuso, Piromalli e Bellocco di entrare nello smaltimento dei rifiuti del territorio.

a cura di Ab, Ev.

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