Po in secca: come cambia la vita sul “Grande fiume”

Il fiume Po arretra e lascia spazio a distese di sabbia, ghiaia e tronchi trascinati dalla corrente. È un’immagine che in Lomellina si ripete sempre più spesso e che racconta meglio di qualsiasi dato gli effetti della siccità.

LA STORIA CHE AFFIORA A Suardi verso la fine di giugno il ritirarsi delle acque ha addirittura portato alla riscoperta di un insediamento medievale chiamato Borgofranco, sempre minacciato e devastato dalle piene del Po, più volte ricostruito, e definitivamente abbandonato nel 1808. Il paese fu poi spostato nel 1863 attorno all’antico monastero di Santa Maria delle Grazie, non lontano dalla frazione Santa Maria di Suardi, da cui il comune trasse il nuovo nome. Qui e in altri centri rivieraschi come Pieve del Cairo e Mezzana Bigli il livello idrico continua a mantenersi molto basso, alimentando in particolare le preoccupazioni del mondo agricolo, che segue con apprensione l’andamento della stagione irrigua.

AGRICOLTORI PREOCCUPATI Riso, mais e altre colture hanno infatti bisogno di grandi quantità d’acqua e, sebbene il sistema dei canali della Lomellina continui a garantire l’irrigazione, il protrarsi della siccità rende sempre più delicata la gestione delle risorse idriche. «Gli agricoltori fanno fatica – spiega il sindaco di Suardi, Dario Biancardi – e in mancanza di acqua nei canali devono bagnare i campi con le pompe idrovore, altrimenti il calore eccessivo rischia di “bruciare” interi raccolti, soprattutto per la soia. È un’annata funesta: brucia tutto sotto il sole, anche l’erba. E il riso verrà raccolto prima, ma la spiga non si riempirà bene».

IL PAESAGGIO CAMBIA A Mezzana Bigli, nei pressi del ponte della Gerola, il letto del Po appare in molti punti insolitamente scoperto, e dove normalmente scorre l’acqua emergono ampie spiagge sabbiose, mentre la corrente si restringe in un alveo più stretto. Uno scenario che richiama alla memoria la grande siccità del 2022 e che conferma come anche quest’estate le precipitazioni siano state insufficienti a ristabilire un equilibrio. Ma come sono cambiate le abitudini di chi vive a contatto col “grande fiume”? «Ormai non è più come una volta – osserva Biancardi – e da diverse decine d’anni possiamo dire di non vivere più il Po come realtà quotidiana». Niente tuffi, dunque, niente bagni nelle rogge, come si faceva da ragazzi in compagnia fino agli anni ’70, e stop a nuotate e gite in barca (anche solo un “proletario” barcé). «Macché, – conclude il primo cittadino suardese – adesso i giovani hanno altro per la testa, sono fissati con i telefonini, con Internet. C’è ancora solamente qualche anziano che non ha perso l’abitudine di passeggiare ogni tanto sull’argine».

ADDIO AL PASSATO I bei tempi, insomma, sono andati; ma le conseguenze non riguardano soltanto il paesaggio. Anche pescatori e frequentatori del Po osservano un fiume profondamente cambiato, con fondali affioranti e una navigazione sempre più difficile nei tratti meno profondi. Il timore è che, senza piogge diffuse e durature, la situazione possa peggiorare nelle prossime settimane. Gli esperti ricordano che non bastano i temporali estivi, spesso violenti ma molto localizzati. Servirebbero perturbazioni estese e continue, capaci di ricaricare i bacini montani e restituire portata ai grandi corsi d’acqua. Il Po resta il cuore della pianura padana e dell’agricoltura lomellina; quando il suo livello scende, non cambia soltanto lo scenario, ma diventa il segnale di un equilibrio sempre più fragile, con cui il territorio dovrà imparare a convivere.

Davide Zardo

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