Vigevano città deserta

Restate a casa. Tutti, da nord a sud, a meno di motivazioni eccezionali. Difficile ricordare, nella storia della Repubblica Italiana, un appello tanto inequivocabile quanto allargato: il nuovo coronavirus, e i provvedimenti straordinari presi per contrastare il suo avanzare, hanno fatto da livella, colpendo ricchi e poveri, giovani e vecchi (quest’ultimi, però, più fragili nei confronti dell’epidemia), italiani e stranieri. All’indomani dei decreti dell’8 e 9 marzo che hanno imposto il “coprifuoco” prima in Lombardia e in 14 province e poi in tutta l’Italia, anche la nostra Lomellina si è risvegliata con un’atmosfera diversa.

Pochi giorni prima, nonostante le misure di sicurezza già vigenti, non era raro vedere gruppi di giovani a spasso per le vie del centro o davanti ai locali della movida, capannelli di pensionati a chiacchierare all’ingresso dei bar, via vai di persone nei negozi e di auto e biciclette per le strade. A inizio di questa settimana (in corrispondenza, per altro, di un aumento esponenziale di casi di positivi al Covid-19 a Vigevano e in Lomellina) l’atmosfera è completamente cambiata: a Vigevano la stazione ferroviaria, solitamente affollata di pendolari, è praticamente deserta, complici anche i tanti lavoratori già nei giorni scorsi attrezzatisi per svolgere le proprie mansioni da casa.

Andando verso la Piazza Ducale, attraverso strade senza né auto né persone, si incontrano serrande abbassate e dehors smantellati: tante, infatti, sono le attività che hanno scelto di chiudere volontariamente. Scarsi i movimenti che si vedono anche nel “salotto buono” di Vigevano, con pochi passanti frettolosi, quasi tutti armati di mascherina. Qualcuno accenna qualche chiacchiera al tavolo di un bar chiuso, ma è un momento che dura poco.

L’ordinanza, d’altra parte, parla chiaro: si esce solo per motivi di lavoro, di salute o per fare la spesa, tanto che il parcheggio dell’Esselunga è, appunto, uno dei pochi luoghi affollati della città ducale, di una “folla” che comunque cerca di non esser tale, evitando assembramenti e lunghe code.

Proseguendo il tour per i centri della Lomellina, lo scenario di un territorio in attesa si fa ancor più chiaro: piazza Silvabella a Mortara è un deserto, nessuno passeggia per le vie di Lomello e di Mede, a Gambolò l’unico pedone in vista è un agente della polizia locale, di pattuglia con indosso una mascherina.

Le città, però, non sono fantasmi: la vita è nelle case, dietro porte e finestre, dove è giusto che le persone restino ancora per un po’. In attesa che l’emergenza finisca, che si possa tornare alla vita di prima, magari dandole quel valore che fino a poco fa ci sembrava scontato

Alessio Facciolo

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