«Un convento senza più il sorriso»

Una casa senza più il sorriso. Quello delle suore, che saranno trasferite il prossimo 29 giugno dopo tanti anni a Vigevano. Quello delle due dipendenti, che perderanno il lavoro e soprattutto quella che consideravano una seconda famiglia. Quello di venti giovani insegnanti e lavoratrici, ospitate dal convitto delle Maddalene e che a stretto giro saranno costrette a trovare un nuovo alloggio.

ASCOLTO Sono giornate di mesta attesa quelle alla comunità delle Figlie di Gesù Buon Pastore in corso Genova, da qualche settimana al centro delle cronache locali (e non solo) per la decisione presa dalla casa generale di Piacenza di chiudere definitivamente il convento e spostare le sei suore, quattro delle quali molto anziane, in un’altra sede. Una scelta che ha le sue ragioni, soprattutto dovute all’età avanzata delle religiose e dalla carenza di vocazioni, ma che ha stupito chi da anni frequenta la casa vigevanese, che ospita la comunità di Madre Amabile, le messe dei romeno ortodossi e numerose altre attività tra cui l’accoglienza di donne che per qualsivoglia motivo – spesso lavorativo – devono trovare una sistemazione in città. Una sensazione di smarrimento ascoltata e compresa anche dalla diocesi di Vigevano che, pur non avendo alcuna voce in capitolo nelle decisioni della congregazione, ha prestato orecchio al disagio di religiose, lavoratrici, ospiti.

SORRISO SPENTO «Dalla Diocesi c’è stata una buona risposta, ma cosa può fare? Non dipende da loro»: Flora Metko, di origine albanese, assieme ad Hasna El Azis, nata in Marocco, è una delle due dipendenti della comunità che lo scorso 6 maggio hanno ricevuto la lettera di licenziamento da parte della madre generale. Un fulmine a ciel sereno: «La settimana prima la madre generale era a Vigevano e non ci ha avvisato di nulla. Ci ha chiamato il giorno dopo la lettera, dicendo che le spiaceva: però in faccia non è riuscita a guardarci…» racconta Flora. Il prossimo 30 giugno le due donne, assunta una con contratto da cuoca e l’altra da badante, trascorreranno il loro ultimo giorno da dipendenti della comunità: lo faranno in un edificio ormai vuoto, visto che le suore andranno via il giorno prima. «Noi siamo sempre state trattate come una famiglia, non abbiamo mai guardato agli orari» spiega Hasna, che ricorda con affetto tutti i bei momenti passati nella sua decina di anni assieme alle Maddalene: pranzi in compagnia, i fiori sul tavolo nei giorni dei compleanni, chiacchiere e caffè in cucina.

Ma ora – constata – quel sorriso non c’è più. Si è spento.

TEMPO Comprensibile: alcune di loro, soprattutto le più anziane, hanno passato la vita tra quelle mura. Ma anche tra chi è lì temporaneamente e da poco, il timore di dover andar via è alto. E’ la situazione che stanno vivendo le ospiti del convitto, venti giovani donne che entro giugno dovranno trovare una nuova abitazione. «Le stanze sono piene – conferma Flora – le ragazze staranno lì fino a giugno, e poi?». Quello che è successo in queste settimane ha spiazzato un po’ tutti, più che altro per la velocità con cui si è sviluppato: «Qualche anno fa temevamo una chiusura, ma quando sono arrivate le tre suore di origine eritrea, una delle quali poi spostata a Torino, ci siamo tranquillizzate – racconta la dipendente – un anno fa avevamo ricevuto la visita del commissario (la congregazione è commissariata dalla Santa Sede, ndr) che aveva paventato il rischio di chiusura del convento». Le suore si erano attivate per trovare una soluzione seguendo la strada indicata dal commissario: la scadenza aveva però tempi vaghi. Divenuti concreti senza che che nessuno se l’aspettasse.

Alessio Facciolo

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