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giovedì, Aprile 2, 2020
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    Il decennio Sala: «Ho dato tutto»

    In primavera abbandonerà l’ufficio che ha occupato per dieci anni, chissà se in maniera definitiva. Nella stanza gli armadi sono già in gran parte vuoti e in un angolo ci sono un paio di scatoloni, però sulla mensola del camino, dietro la scrivania, il sindaco Andrea Sala ha lasciato il suo “piccolo pantheon”: una foto con Papa Francesco a Roma, il beato Matteo Carreri, il Presidente della Repubblica – al centro e più grande degli altri oggetti – la statuina di Alberto da Giussano, una targa con il disegno di Piazza Ducale e della torre del Bramante.

    «C’è una logica in questo schieramento: si parte dal Papa, massima autorità religiosa, per passare al protettore di Vigevano e arrivare al presidente Mattarella, che è l’autorità politica e sta al centro. Accanto si trova il simbolo intramontabile del mio partito, che sorveglia la mia città».

    A proposito di Vigevano, sta per chiudersi l’era Sala: sindaco dal 2010 al 2020, in precedenza assessore nelle giunte di Ambrogio Cotta Ramusino, senza contare i trascorsi come consigliere comunale. Qual è l’eredità che pensa di lasciare?

    «Innanzitutto ho visto due fasi, una molto complessa che è stata quella del patto di stabilità, dedicata a confrontarmi con un’attenzione alla spesa molto importante. Nel secondo mandato la politica a livello nazionale ha iniziato a rivedere questi meccanismi e si sono potuti avviare investimenti importanti su infrastrutture e scuole: la manutenzione di ponti, sottopassi e del naviglio, gli interventi antisismici nelle scuole. Abbiamo guardato a non accendere mutui fino all’anno scorso e aver tirato la cinghia oggi consente di avere uno dei bilanci più virtuosi della Lombardia, nonché di poter investire e intervenire in caso di emergenza».

    Quali considera il principale successo e il principale fallimento?

    Il successo principale ritengo che sia aver cucito intorno alla città dei rapporti che daranno dei vantaggi a Vigevano in futuro.

    «Penso a Pavia Acque, di cui per gran parte del mio mandato sono stato presidente della conferenza dei sindaci pur partendo da una posizione molto critica, di contrasto, verso questa realtà; l’esperienza mi ha portato ad apprezzare il lavoro di questa azienda, che a Vigevano nel 2020 porterà circa 7 milioni di euro di investimenti, frutto di un accordo di responsabilità reciproca: il Comune ha ascoltato la cittadinanza, ha portato ad Asm le istanze sostenibili, Asm si è impegnata a presentare in tempi rapidi i progetti e Pavia Acque in tempi altrettanto rapidi li ha autorizzati. Aggiungo il rapporto con gli altri comuni lomellini per il Piano di zona, che ne ha inglobati tre precedenti e ci vede capofila, rappresentando un bell’esempio di collaborazione in ambito sociale. Ancora l’interazione con Asst, grazie alla collaborazione con il direttore Michele Brait e al sostegno di Regione Lombardia, cosicché in primavera emodinamica sarà una realtà del tessuto cittadino, avviando al contempo il discorso per l’Osservatorio breve intensivo. Infine il rapporto costruito con i comuni del milanese per la battaglia della superstrada. Fallimenti non ne vedo, qualche amarezza sì, legata alle persone, perché nel fare il sindaco ti devi circondare di persone e queste, in quanto esseri umani, talvolta sono toccate dall’invidia o dal tradimento, aspetti con cui bisogna imparare a confrontarsi. Non si è mai contenti di perdere un collaboratore, è un dispiacere umano e professionale».

    Considera il lavoro compiuto o restano traguardi da tagliare e che sono stati mancati?

    «Con Asm abbiamo accettato la sfida delle partecipate e delle Smart Cities, che non vuol dire solo telecamere, ma essere competitivi di fronte all’industria 4.0. Abbiamo introdotto l’illuminazione a led e aumenteremo ancora i punti luce nel territorio comunale, promosso una rivoluzione efficace nei servizi dell’infanzia, scegliendo una via ibrida tra pubblico e privato che oggi ci premia e mantiene i costi invariati per le famiglie, abbiamo dato un ruolo centrale alle scuole, investendo nelle strutture e mettendole in rete con la rassegna letteraria e il mondo sportivo, abbiamo raggiunto tutta la città con la raccolta differenziata porta a porta. Una nota di malinconia è legata al non poter essere il sindaco che vedrà la pubblicazione del bando della superstrada, per cui tanto mi sono impegnato insieme al mondo produttivo vigevanese. Stiamo vivendo una situazione anomala, confido nella saggezza del ministro delle infrastrutture».

    Perché non si è arrivati a una tassa puntuale dei rifiuti?

    «Perché presuppone una buona qualità della differenziata, lo potremo fare quando nella plastica ci sarà solo plastica, quando come cittadini saremo pronti al salto di qualità. Allora avremo contenitori dedicati e ciascuno conferirà la spazzatura con il chip e un sistema di calcolo informatizzato. Il porta a porta andrà superato per realizzare la tariffazione puntuale in una città grande come Vigevano».

    Quella dell’ingresso di Vigevano in Città metropolitana è una partita persa?

    L’economia e l’imprenditoria supereranno il concetto “napoleonico” di provincia e quelle che sono le dialettiche politiche

    «Confindustria Pavia, in procinto di unirsi ad Assolombarda, lo ha capito, c’è una necessità di spazi a cui solo l’area a sud-ovest di Milano può ancora rispondere. E’ un’eredità che lascio al futuro sindaco: il nostro Pgt prevede tante aree di trasformazione, alcune dismesse e altre non toccate, ma già considerate “trasformate”. Stiamo vivendo una stagione di richiesta sul fronte commerciale, ma si esaurirà e a questo punto si potrebbe adottare per il Pgt una strategia nuova pubblico-privata: ci sono le condizioni per una revisione in cui si chiede ai privati di condividere, a fronte di un sacrificio economico e tramite un avviso esplorativo, un’evoluzione in senso produttivo e con regole flessibili. Se ci prepariamo, anche con le infrastrutture, saremo pronti a rispondere a quella domanda che Milano non può più assorbire».

    Superstrada, tribunale, città metropolitana: appena Vigevano si proietta oltre i suoi confini trova porte chiuse, perché?

    «Non abbiamo mai avuto riferimenti politici a livelli alti, anche dal punto di vista della competenza, persone che conoscano la realtà del territorio e siano preparate per capire come intervenire a livello ministeriale e nazionale. Fino a oggi non c’erano le condizioni, complici dei sistemi elettorali che hanno sganciato i parlamentari dai territori, ma ritengo che ora siano emerse delle figure che hanno maturato esperienza amministrativa e conoscono il territorio. Purtroppo al di fuori della Lega in città vedo poco».

    Ha l’ambizione di essere quel riferimento politico che finora è mancato?

    «Prima di tutto voglio mantenere il rapporto con la città, detto questo in 27 anni da consigliere comunale e amministratore pubblico ritengo di avere maturato un’esperienza da mettere a disposizione del partito».

    Ritengo di aver servito il territorio e la Lega, tutto qui, non pretendo nulla, mi metto a disposizione

    Anche come vice-sindaco di un’eventuale giunta guidata da Andrea Ceffa? In quel caso pensa che la sua potrebbe essere un’ombra “ingombrante”?

    «Mi candiderò per il consiglio comunale, se vinceremo come credo farò il consigliere e tornerò a scuola, l’altra grande passione della mia vita. Andrea dovrà sentirsi libero di prendere le sue decisioni in autonomia, chiudendosi da solo in una stanza. Da politico sarò nella rosa dei nomi a disposizione, ma senza chiedere nulla, altre valutazioni sono difficili da fare visto che ci presenteremo in coalizione e prima di tutto sarà importante confrontarsi con gli alleati per un equilibrio tra le forze, che viene prima di un eventuale mio coinvolgimento».

    In caso di sconfitta si prenderebbe una pausa dalla politica?

    «Primo non perderemo. Secondo la politica per me è come il primo amore, qualcosa che hai dentro, non credo che la lascerò mai».

    Cambierebbe qualcosa di ciò che ha fatto in questo decennio, magari nel linguaggio?

    Ho fatto quanto potevo fare, sottraendo tempo a tutto, alla famiglia, alla vita privata

    «In questo ruolo non esistono vere ferie, né la notte o la privacy. Penso di aver fatto il massimo di ciò che potevo e rifarei le stesse cose… forse nella questione delle mense scolastiche ho usato un tono un po’ duro, ma giustificato dal contesto economico in cui ci trovavamo, che esigeva rigore e una posizione forte. Alla luce dell’esperienza oggi credo che avrei consultato un dizionario su Google per cercare qualche sinonimo».

    Come valuta la collaborazione con la Diocesi in questi dieci anni?

    «Positiva. Ritengo la laicità fondamentale per consentire alla società di superare qualsiasi novità si affacci, ma sono altresì convinto che l’educazione cristiano-cattolica sia fondamentale come elemento di aggregazione. Senza i valori cristiani, a partire dalla famiglia, non saremmo così e questa rappresenta un pilastro della società: da sindaco hai il compito di portare avanti una comunità fatta di famiglie, per cui il rapporto con la Diocesi è decisivo e credo fortemente in questa collaborazione».

    Come immagina Vigevano nel 2050?

    «Più che altro penso a che Italia ci sarà tra trent’anni. Sono preoccupato non tanto di ciò che potranno fare i futuri sindaci, ma di una società che non parla più, della gente che ha smesso di farti domande e si rivolge solo al suo smartphone, di chi non legge più articoli di stampa perché considerati noiosi così come i discorsi troppo lunghi. Nei secoli si siamo contraddistinti come paese della cultura e dell’innovazione, ma oggi sembra che dedicarsi al dialogo e al pensiero sia un’attività di nicchia. La politica rischia di avere ancora meno presa se a sua volta ha perso la voglia di ascoltare coloro a cui dovrebbe parlare. Vedo un progressivo isolamento, persone sempre più sole».

    Giuseppe Del Signore

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