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    La “gratuita” del nostro patrono

    Nel Pontificale, il Vescovo ha puntato il dito su una società malata, senza progettualità d’amore
    La “gratuità” del nostro patrono. Solo sulla fede si può costruire la coesione e il senso di appartenenza di una comunità. E il Patrono è colui che ha testimoniato la fede con una vita donata agli altri: in questa gratuità tutti hanno percepito la bellezza dello stare insieme per qualcosa di grande. Riflettendo sull’assenza del senso della gratuità che tanto spesso caratterizza i nostri contesti sociali, il vescovo Maurizio Gervasoni ha riletto la figura del Patrono nell’omelia del solenne pontificale in onore del Beato Matteo Carreri che ha presieduto domenica mattina nella chiesa di San Pietro Martire. Lo ha fatto prendendo le mosse dalla lettura del Vangelo, che parlava dei dieci lebbrosi risanati da Gesù, proposta dalla Liturgia del giorno. Dieci lebbrosi, immagine dell’umanità disperata, che non riesce ad avere una solidarietà dignitosa; incontrano Gesù e lui chiede loro di avere fede, mandandoli dai Sacerdoti, cui sarebbe spettato il compito di testimoniare l’avvenuta guarigione. Strada facendo si rendono conto del miracolo e sono contenti, ma uno solo torna da Gesù per ringraziarlo. E, tra l’altro, era un Samaritano, cioè un “eretico” per gli ebrei. Le ragioni della bellezza Non erano dieci? Chiese Gesù. «L’umanità – ha commentato il Vescovo – è abituata a comportarsi come gli altri nove. Tutti noi, facilmente, se le cose vanno male chiediamo aiuto, e quando lo riceviamo poi andiamo ognuno per i fatti nostri». Tornare vuol dire mettersi in discussione, cercare le vere ragioni della realtà, le ragioni che rendono veramente bella la nostra vita. «Sono quelle – ha proseguito – che portano a riconoscere l’azione di Dio nella nostra vita». Perché la salvezza non è qualcosa di possibile all’uomo, «però la salvezza, che è di Dio, accade nella fede dell’uomo: senza la fede la salvezza non accade». Quel samaritano risanato ha capito ed è tornato lodando Dio. Ha capito il senso della bellezza della sua vita: Dio, il sommo bene. Per questo è stato “risanato”, salvato; gli altri sono stati soltanto guariti. Continueranno la loro vita di sempre, sono tornati a fare i fatti loro.

    Le tradizioni É su questo passaggio che il Vescovo ha rischiato l’irriverenza. L’aveva detto all’inizio: «non vorrei sembrare irriverente». Ma il pensiero, a questo punto, soprattutto in questa occasione, non poteva non correre alla devozione al Beato Matteo. «Al momento della sua morte – ha osservato il Vescovo – la città si era riversata spontaneamente a rendere omaggio al Santo che tanto aveva fatto per trasformare la vita di questa città». Ma oggi non è più così. «Oggi – ha detto ancora mons. Gervasoni – francamente, se non ci fossero le tradizioni e se non ci fosse anche da parte delle autorità civili il ricordo, avremmo qualche difficoltà a riconoscere un pezzettino di devozione al Beato Matteo». Il Vescovo – lo ha precisato subito – si riferiva a quella devozione che coinvolge veramente la vita di ciascuno e non semplicemente alla tradizione, la consuetudine, il perpetuarsi di un modo di fare esteriore. E in tanti giovani il Beato Matteo «non riscuote grande successo». Ma è una conseguenza del fatto che «nel nostro tempo è terribilmente difficile riconoscere come pertinente, fortemente interessante la presenza di Dio nella nostra vita».

    Società senza coesione affettiva Monsignor Gervasoni ha evidenziato che lo spaccato della nostra cultura e della nostra civiltà in quest’ultimo mezzo secolo ripete il testo della pagina del Vangelo dei dieci lebbrosi guariti. E questo nasconde un interrogativo grave: cosa tiene insieme le nostre comunità? La globalizzazione ha corroso dall’interno ogni appartenenza culturale: «noi viviamo in società che non hanno coesione affettiva. Ciò che ci tiene insieme sono gli interessi comuni, che sono variabili nel tempo». Le condizioni di contesto, stabilite dalle leggi, dalle istituzioni e dall’insieme delle infrastrutture portano con sé la necessità di convergenze potenti, diffondendo la sensazione dell’utilità del sistema e dell’imposizione della forza. Ma in questa situazione viene a mancare un valore importante, il terzo dei principi della Rivoluzione Francese. «Manca la fraternité», che significa gratuità, dono, mutualità.

    L’assenza di una speranza comune «Facciamo fatica – ha proseguito il Vescovo – a infiammare il cuore ad una generosità di mutualità, un impegno comune per una speranza comune, per costruire insieme qualcosa che diversamente non potrebbe mai accadere, per sentirci con un’identità forte. Perché noi abbiamo, appunto, delle identità sbrindellate». La conseguenza è che, quando le cose si rabberciano, ci accontentiamo. «Ma non abbiamo una progettualità d’amore, una progettualità di speranza. Viviamo così… fino a quando saremo costretti da una forza maggiore oppure fino a quando le condizioni del sistema infrastrutturale ci costringeranno a doverci arrangiare da soli o a capire che forse mettersi insieme è l’unica possibile via d’uscita».

    L’esempio del Patrono In questa situazione si ripropone l’attualità della figura del Patrono: rappresenta l’ideale. «É invocato – ha detto mons. Gervasoni – perché è da tutta la comunità apprezzato per i valori spirituali che porta e che in qualche modo arrivano al cuore di tutti. Il Patrono è colui che ha creduto nel sommo bene e lo ha testimoniato con una vita che è stata subito percepita come donata agli altri e questo ha permesso a tutti di capire la bellezza dello stare insieme per qualcosa di grande». Quella del Patrono è una figura che, nel nostro presente, si colloca agli antipodi del nostro modo di concepire la vita e le relazioni.

    I nostri valori non sono i suoi valori. «In una cultura individualista e consumista – ha proseguito – i valori di riferimento comuni sono esattamente i valori che ognuno di noi ha per sé stesso. Basta non arrecare danno agli altri. Ma così non si va da nessuna parte, se non per interesse economico comune». Nella nostra società «la gratuità non c’è più, il dono non c’è più, la speranza non c’è più». Il sommo bene Per chi crede, l’unica via d’uscita è la fede in Dio; Dio inteso come sommo bene di tutti. «Un Dio che ha scelto una via strana per porsi come sommo bene per l’uomo: rendersi presente attraverso il bene degli uomini. E se gli uomini non si impegnano nel bene, la presenza di Dio come sommo bene vacilla». Richiamando l’esempio del Beato Matteo, il Vescovo ha auspicato che «questa città ritorni alla sua fede profonda, si renda conto che la prima e più importante cosa da fare è tornare a rendere lode al Signore, da cui gratuitamente abbiamo ricevuto e gratuitamente dobbiamo dare». Con la logica dell’interesse e della giustizia distributiva – ha precisato il Vescovo – le cose non funzionano. Una identità autentica Come quel lebbroso, dobbiamo imparare a ritornare a Dio. In chiusura della sua riflessione il Vescovo ha invitato a pensare a «cosa veramente permette l’individuazione di una identità profonda, spendibile, autentica, che chiede tutto il nostro impegno». Quella cosa, però, non viene da noi. «Così – ha concluso mons. Gervasoni – impareremo, come il samaritano, a tornare lodando Dio».

    Carlo Ramella

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