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“Aura battle” a scuola: trend che fa discutere  

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Intervallo in una scuola vigevanese, nel cortile interno si radunano un centinaio di studenti, un ragazzo parla alla folla e le invita a intervenire, gli insegnanti guardano straniti chiedendosi cosa stia accadendo; dal pubblico si muove un altro ragazzo, fa una mossa indefinibile, alcuni applaudono, altri ridono, altri aspettano il seguito. Interviene un prof e blocca tutto; ma cosa è successo o cosa stava succedendo? Quella che è stata interrotta era una “Aura battle”, una “battaglia di aura” per dimostrare il proprio carisma e conquistare il favore del pubblico. Si possono fare mosse codificate, come il “6-7” (six-seven), la “scuba move” (una mano a tappare il naso, l’altra davanti al viso a improvvisare un sub) o la maschera (stile Dybala per i cultori del calcio), oppure ci si può sbizzarrire inventando. Valgono buffi gesti scoordinati così come evoluzioni degne della break dance, ciò che conta è conquistare “punti aura” ottenendo il sostegno del pubblico; il modello di scontro “1 contro 1” ricorda quello dei videogiochi (Street Fighter e simili), ma vincere in fondo è secondario, sono assolutamente vietati il contatto fisico, ogni forma di violenza e non accettare la sconfitta. A cosa serve una “Aura battle”? Fondamentalmente a niente. Ma intanto in Italia alcune scuole hanno iniziato a vietarle.

LE REAZIONI «È un fenomeno che va sicuramente indagato – commenta il dirigente del liceo Cairoli Alberto Panzarasa – al momento fortunatamente non ho questo tipo di problema. Sono attività che nascono come scherzi, ma quando arrivano sulle piattaforme digitali rischiano di sfociare nel cyberbullismo. Occorre prestare molta attenzione». Opinione analoga anche quella della professoressa Paola Carnevale, docente di Italiano e Latino al Cairoli: «A Vigevano, per ora, se ne sono viste poche. I ragazzi ogni tanto usano la battuta “six-seven”, soprattutto nel biennio delle superiori, ma tra i più piccoli. Quello che mi fa specie è la vuotezza del messaggio. Un conto è rievocare qualcosa che abbia un senso, ma così come appare è veramente triste. Anche i ragazzi più grandi cominciano a essere insofferenti. Non parliamo dell’eventualità che a farlo possano iniziare anche gli insegnanti. Sarebbe davvero svilente». Linda Deloriè, studentessa del quinto anno dello scientifico sottolinea che «quello che sta succedendo con queste sfide nei cortili della scuola va letto tenendo conto di due lati della stessa medaglia. Da un lato, è comprensibile il punto di vista dei ragazzi: tra video, social e giochi, la ricreazione è il momento per staccare, socializzare e mettersi in gioco tra coetanei. C’è però da ammettere che l’uso dei telefoni e la ricerca della battuta o del “like” rischiano a volte di mettere in difficoltà chi è più timido o di far superare il limite dello scherzo. Dall’altro lato, bisogna anche capire la dirigenza e la scuola: quando si creano grandi assembramenti nei cortili, le priorità sono sicurezza e gestione degli spazi, è comprensibile che siano messe delle regole. Non si tratta di dare torto ai ragazzi o al dirigente di turno, ma di trovare un punto d’incontro. I divieti da soli non bastano a risolvere le cose, e allo stesso modo noi studenti dobbiamo capire che la libertà di divertirsi deve andare di pari passo con il rispetto per gli spazi della scuola e per i compagni».  

Isabella Giardini (ha collaborato Ms) 

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