Carissimi Sindaci, Autorità e responsabili dell’Amministrazione Pubblica del territorio della Diocesi di Vigevano, quest’anno, nel giorno della solennità del nostro patrono diocesano, Sant’Ambrogio, vorrei proporvi una riflessione a partire dal Programma Pastorale che ho proposto alla Diocesi per il prossimo biennio. […] Lo scopo del programma pastorale è verificare la coerenza cristiana di ciò che stiamo facendo, rileggendola alla luce della Parola di Dio e della Tradizione cristiana. Dopo averla verificata, ci mettiamo di buona lena a trovare nuove forme di testimonianza e a correggere gli eventuali errori commessi. Lo stile di questo lavoro pastorale è sempre più precisato come stile sinodale che intende accrescere la coesione comunitaria con attenzione alla criticità e alla conversione.
Questo stile ha messo anche in evidenza l’opportunità di recuperare lo stile testimoniale della vita dei cattolici nel nostro Paese. […]
Da questa esperienza ormai pluriennale, ho pensato opportuno rileggere nel programma pastorale la nostra testimonianza cristiana nel campo del socio-politico. Il taglio offerto non è quello di proporre alcuni temi della Dottrina Sociale della Chiesa, al fine di diffonderli e di impararli, ma quello di rileggere, alla luce dell’atteggiamento spirituale, la qualità testimoniale di questo approccio. In tale modo si può far emergere qualche cura vitale a tutta la comunità civile e a tutto il mondo politico, proprio a partire dalla buona testimonianza resa e dal recupero del senso che da tale testimonianza emerge. La domanda sottostante è quella di valutare come la vita civile dei cattolici costituisce una buona testimonianza del Vangelo per i cattolici stessi, per la loro comunità, ossia la Chiesa, e per la società tutta. In altre parole, il programma pastorale cerca di migliorare la qualità morale cristiana della vita civile […].

CUORE DELLA DEMOCRAZIA
[…] Il potere al popolo definisce in modo chiaro che la fonte del potere della politica è, appunto, il popolo. La pratica del passato era in questo campo legata alla visione sacrale che legava la ricerca del bene delle persone e dei popoli alla sottomissione al volere divino. […] In ogni caso, il passato dava alla sudditanza il compito di ogni persona all’interno del gruppo sociale e politico, mentre affidava al re il compito di leggere la volontà di Dio, come garanzia del bene comune e non individuale. Il problema politico più cospicuo era quello di far sì che il re avesse un cuore votato alla volontà di Dio, più ancora che alla ricerca del suo proprio bene individuale. La quasi impossibilità della cosa appare evidente, perciò la storia ha indicato la necessità di affiancare al re la figura del sacerdote e del profeta, perché egli fosse orientato alla volontà di Dio e perché l’obbedienza dei sudditi fosse totale, perché di fatto affidata alla volontà di Dio stesso mediante la figura di mediazione che era appunto il re, accompagnato dal sacerdote e dal profeta. Dopo la Rivoluzione Francese il riferimento a Dio è sfumato e il potere è stato riferito al popolo. Il problema diventava così quello di capire come il potere del popolo si esercitasse a partire dai cittadini, non più dai sudditi, ognuno dei quali non necessariamente dedito al bene comune, ma più facilmente dedito all’interesse individuale. Il pensiero liberale e illuminista indica il conflitto come struttura normale di interazione sociale: homo homini lupus. Per evitare la guerra perenne, occorre rivolgersi alla funzione razionale che stabilisce le regole di convivenza attraverso la modalità del contratto sociale garantito dal potere dello Stato, che esercita la coercizione legale. Questa soluzione sembrava capace di governare il conflitto, permettendo la conservazione della dinamica individuale come molla di efficacia personale e sociale attraverso la ricerca del massimo profitto. Tutti cercano il loro profitto al massimo, ma in modo razionale, garantito dalla razionalità delle leggi stabilite per consenso di maggioranza e imposte per legge. L’introduzione dell’obbligo è così fondata sulla ragione e sulla massima partecipazione possibile in modo contrattuale. […]
Il bene comune non è visto come oggetto e atto etico da cercare e da perseguire insieme, tanto meno come vocazione che orienti l’interesse personale, ma come risultato contrattuale e formale.

Il percorso sinodale che papa Francesco ha proposto intende, invece, recuperare la dimensione caritativa della ricerca del bene comune e, comunque, della libertà di ognuno. Non è la razionalità dell’interesse personale a rendere buono l’agire personale e sociale dell’uomo, ma la sua dedizione alla carità di Dio e del prossimo. Il bene è qualcosa che chiede la partecipazione vocazionale e il servizio pieno d’amore, anche a prezzo della vita. […] Papa Francesco recupera la dimensione sinodale del consenso di fede, che non può essere un semplice atto individuale, ma anche comunitario, sia per struttura, sia per finalità. Il cuore della dinamica sinodale è quindi l’intento di dare moralità e cuore all’agire umano, che si struttura come comunitario e non solo affettivo e strutturale efficientistico. La verità profonda di questo orientamento è che la costruzione della comunità è elemento essenziale della qualità dell’agire di ciascuno, perché la bontà dell’agire umano si fonda sulla positività delle relazioni che mettono al centro la persona come libertà capace di bene. L’elaborazione di questa libertà capace di bene è ciò che sta a cuore alla Chiesa, perché in essa si attua la vocazione di carità che la rivelazione introduce. […] In questo contesto si colloca la cura della partecipazione all’edificazione della comunità degli uomini, che permette lo svolgersi di una vita dignitosa, grazie alla collaborazione di tutti. Senza ripetere quanto esposto nel programma pastorale, qui mi sembra opportuno sottolineare la necessità e l’opportunità di proporre anche alle persone impegnate direttamente nell’amministrazione pubblica e nell’impegno politico un atteggiamento di cura etica e spirituale del loro servizio, affinché il loro agire pubblico corrisponda a un atteggiamento di responsabilità morale che fortifichi la personale vocazione sia di vita onesta, sia di vita religiosa.
Insomma, ogni sindaco, ogni amministratore è uomo e come tale deve agire. La qualità morale dell’uomo va curata e coltivata anche attraverso la via sinodale che la Chiesa Cattolica propone in questi anni.
[…] Il venire meno delle grandi ideologie del passato chiede alla nostra generazione di garantire la correttezza etica degli orientamenti dello Stato che non siano semplicemente formali, perché si rischierebbe di andare in una direzione che privilegia la rivendicazione dei diritti, senza avere una responsabile partecipazione dei cittadini. L’esposizione alle logiche finanziarie e alle dinamiche occulte finirebbe di diventare egemone nella conduzione delle comunità anche in quei campi in cui non ci sono ancora criteri di giudizio condivisi. Il campo delle previsioni per il futuro è quello che oggi più preoccupa, perché gli orientamenti finanziari tendono a divaricare gli scopi effettivi, da quelli annunciati, di natura economica i primi e di natura etica i secondi. L’atteggiamento comunque comune a tutti è quello del massimo interesse a livello individuale e della massima funzionalità a livello civile.
La proposta di un percorso di ascolto, di valutazione condivisa e di maturazione di responsabilità assunte comunitariamente, ossia il percorso di sinodalità, sembra riferirsi proprio alla necessità di trovare in questo modo un criterio di moralità che non si leghi in modo applicativo alle norme esistenti e alle formalizzazioni tecniche. In questo modo si mette al centro delle decisioni politiche e sociali l’uomo con le sue esigenze di giustizia e di uguaglianza, nel rispetto della libertà e della sacralità di ogni uomo. Così la dimensione etica viene riposizionata al centro dell’agire sociale e con essa l’assunzione di passione civile e di motivazione responsabile di ciascuno per il bene comune.
LA VIA PRIVILEGIATA
[…] Rileggere la vita civile alla luce delle prospettive e delle esigenze degli ultimi chiede un evidente rinvio alla dimensione etica e comunitaria, con revisione dei criteri di efficienza che altre forme di analisi sociologica ed economica privilegiano. Certamente il ruolo della partecipazione risulta spesso deficitaria nelle persone più povere, anche perché spesso totalmente assorbite dalla soluzione dei personali problemi esistenziali e raramente in grado si disporre di categorie interpretative e operative sufficienti. Ma questo, invece di scoraggiare la nostra proposta, ne indica uno scopo ancora più importante perché legato al recupero di risorse sociali e culturali che sarebbe sciocco perdere. Una società in cui i poveri aumentano a dismisura comporta certamente un impoverimento di civiltà e di efficacia culturale, economica e sociale evidente. Il punto di vista degli ultimi è particolarmente efficace a comprendere i punti fragili e le relazioni di forza e di ingiustizia dell’organizzazione sociale dominante […]. Per questo motivo imparare ad ascoltare la voce dei poveri sembra suggerire un metodo di programmazione politica di grande efficacia culturale e sociale. Certamente questo vale per la Chiesa, interessata, più che alla qualità di efficienza sociale, alla profondità della valorizzazione delle persone e della testimonianza della comunione basata sulla carità, ma sembra essere molto importante anche per la società civile […].
PERCORSO DI FORMAZIONE
Alla luce di queste riflessioni, ritengo importante proporre a tutti voi, anche cogliendo l’invito del Giubileo del prossimo 2025, Pellegrini di speranza, un percorso di formazione e di confronto sul tema dell’abitare, proprio a partire dall’esperienza Caritas che ascolta e cerca di proporre soluzioni abitative dignitose a coloro che risultano esclusi dalle normali forme abitative e in difficoltà di integrazione personale, familiare e sociale. Questo percorso vorrebbe utilizzare un metodo di laboratorio che valorizzi gli stessi partecipanti nella ricerca delle forme di dialogo, di approfondimento e di maturazione di criteri etici di valutazione e di azione, facendo appello alla dimensione umana che in tale problema si configura ed emerge, grazie appunto a un efficace coinvolgimento personale. Lo spunto di tale percorso verrà dalla proposta di prospettive emerse dall’esperienza di coloro che faticano a trovare forme abitative e di integrazione ad abitare nella nostra società e nei nostri paesi.
+ Maurizio


