Pigrizia o accidia? 

L’ultimo nell’elenco dei sette vizi capitali è forse il più difficile da descrivere, il più sfuggente. Se in occidente si è privilegiato il termine pigrizia, l’oriente cristiano preferisce quello di accidia (letteralmente assenza di cura), intendendola come un mix di pigrizia e di tristezza, di torpore, di abbattimento e noia, di disgusto sia della preghiera e delle cose di Dio sia della vita e dell’esercizio del bene. Ecco l’accidia: una subdola quanto pericolosa disperazione che porta a uno svuotamento, causata non da qualcosa che irrompe dall’esterno, ma che dal di dentro, come una emorragia, intacca la forza vitale, indebolisce la libertà e il desiderio, spegne il senso dello stupore e della gratitudine.

NOIA ESISTENZIALE Al di là della terminologia quello che conta è riuscire a individuare quegli stati d’animo che ci portano a deviare dal bene e dalla virtù. Vale la pena ricordare che vengono chiamati vizi capitali proprio perché stanno alla testa (caput) di una serie di moti che corrompono l’anima e la conducono al peccato, anche a quelli più gravi. Nessuno può dirsi immune dal rischio dell’accidia che ha il terribile potere di rendere tutto noioso e di portare a ritenere inutili persino gli atti più nobili e santi che un tempo avevano riempito e infiammato il cuore. Un dato è certo, l’accidia inietta come una specie di odio verso la propria vera grandezza e, una volta smarrito lo scopo del vivere, la persona non è più in grado di dare la giusta direzione all’esistenza. Il poeta Peguy ha colto bene il dinamismo dell’accidia: «C’è qualcosa di peggio che avere un’anima cattiva. È avere un’anima abituata. Si sono visti i giochi incredibili della grazia e le grazie incredibili della grazia penetrare un’anima cattiva e anche un’anima perversa, e si è visto salvare quel che sembrava perso. Ma non si è mai visto bagnare quel che era verniciato, non si è visto attraversare quel che era impermeabile, non si è visto intridere quello che era abituato».

CINISMO L’accidia è come il tarlo di ogni virtù più che un’abitudine al vizio. Nel suo affacciarsi nella vita di una persona, si manifesta con un carattere sorprendente e destabilizzante, per non dire quasi scandaloso: ma come, doveva capitare proprio a me, che sono un buon cristiano, che sono una persona per bene? Ma in tutto questo il peccaminoso dove sta? Il peccato non sta nell’aridità spirituale, più subita che cercata, ma nel fatto che essa conduce, e neanche troppo pian piano, al disprezzo del dono ricevuto e al risentimento contro chi ce l’ha donato. Il peccato più che nella desolazione dello spirito, sta nella complicità della mente che inizia a elaborare un pensiero cinico verso Dio – l’accidia sradica l’anima da Dio e spegne la gioia della sua presenza – e, conseguentemente, verso il prossimo, sminuendo progressivamente doveri e responsabilità, spingendo a rinviare scelte e decisioni, oppure, all’opposto, facendo optare per un attivismo sconclusionato che altro non è che una continua ricerca di diversivi per non annegare nell’amarezza.

COME NEMYTOV Combattere l’accidia è un’opera difficile ma non impossibile. Gli autori spirituali propongono la replica ai continui e tortuosi pensieri che ingombrano la mente con brevi frasi della Scrittura, come ha fatto Gesù nel deserto. Una nota giaculatoria è quella che il “Pellegrino russo” ha fatto sua:

Signore Gesù Cristo, figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore.

Ripetere questa preghiera al ritmo del respiro, è come una goccia che torna a bagnare anime non cattive, ma impermeabili e rassegnate, per ritrovare quella perfetta letizia che, come ci insegna san Francesco, non nasce dove l’io si pone e si afferma, ma dove si depone e si apre all’amore vero.

don Paolo Ciccotti 

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