Caso istituti tecnici, rivolta dura contro la riforma

La scuola che forma cittadini o la scuola che prepara lavoratori? Attorno alla riforma degli istituti tecnici si gioca, in sostanza, questa  battaglia. E non a caso il confronto è diventato uno dei più accesi degli ultimi anni nel mondo dell’istruzione. Il cuore della riforma è il modello “4+2”: quattro anni di scuola superiore, invece dei tradizionali cinque, seguiti da due anni negli ITS Academy, i percorsi di alta specializzazione tecnica collegati alle imprese. Un sistema che il governo presenta come la risposta italiana al modello duale tedesco: più laboratori, più stage, più rapporto con il mondo produttivo e ingresso più rapido nel lavoro.

MODERNIZZAZIONE Per il ministro Giuseppe Valditara si tratta di una modernizzazione necessaria. Le imprese cercano tecnici specializzati, mentre molti posti restano scoperti. La riforma punta dunque a rafforzare l’istruzione tecnica, renderla più attrattiva e ridurre la distanza tra scuola e occupazione. Non è un caso che il mondo industriale guardi con favore al progetto. Gli ITS Academy mostrano infatti tassi occupazionali elevati e vengono considerati uno dei segmenti più efficaci della formazione italiana.

POCA AUTONOMIA Ma proprio qui si apre la frattura. Per sindacati, pedagogisti e una parte del mondo della scuola, il rischio è che l’istruzione perda progressivamente la propria autonomia culturale per trasformarsi in un’estensione del mercato del lavoro. Non più una scuola che forma persone e cittadini, ma una scuola che produce competenze immediatamente utilizzabili dalle aziende. Il punto simbolico è il peso crescente delle imprese nella progettazione dei percorsi e l’espansione di stage e PCTO. Per i critici, il confine tra collaborazione e dipendenza rischia di diventare sempre più sottile. C’è poi il nodo della riduzione del percorso da cinque a quattro anni. Comprimere i programmi, sostengono molti docenti, significa sacrificare qualcosa, soprattutto nelle discipline umanistiche e nella formazione critica generale.

TEMPI DELLA RIFORMA Ma una delle contestazioni più forti riguarda anche i tempi della riforma. Molti dirigenti scolastici e insegnanti accusano il ministero di aver accelerato troppo, senza una sperimentazione sufficientemente lunga e senza risorse adeguate. In diversi istituti si lamentano carenza di laboratori, organici insufficienti e indicazioni operative arrivate in ritardo.

TANTE PROTESTE Negli ultimi mesi non sono mancate proteste e mobilitazioni. Sindacati come FLC CGIL e UIL Scuola hanno parlato di una riforma “calata dall’alto”, contestando soprattutto la rapidità dell’attuazione e il rischio di trasformare la scuola in un sistema troppo piegato alle esigenze delle imprese. Anche alcune organizzazioni studentesche hanno manifestato contro quella che definiscono una “aziendalizzazione” dell’istruzione, con cortei e assemblee in diverse città. Il timore più forte resta però quello della selezione sociale. In Italia i licei continuano ad attirare soprattutto studenti provenienti da famiglie culturalmente più solide, mentre tecnici e professionali raccolgono quote maggiori di studenti fragili o con percorsi scolastici difficili. Da qui la paura che la riforma finisca per accentuare divisioni già esistenti.

PREGIUDIZIO CLASSISTA Il governo respinge queste accuse e sostiene invece che il vero pregiudizio sia considerare la cultura tecnica inferiore rispetto a quella liceale. Una posizione che intercetta anche un cambiamento reale dell’economia contemporanea, dove competenze tecnologiche avanzate valgono spesso più di lauree generiche. Dietro il dibattito sugli istituti tecnici, dunque, si nasconde una domanda più ampia: quale idea di scuola vuole oggi l’Italia? Una scuola più vicina al lavoro e alle imprese o una scuola che continui a privilegiare la formazione culturale generale? La risposta dipenderà meno dagli slogan e più dalla qualità dei percorsi che nasceranno nei prossimi anni.

Massimo Sala

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