25 settembre, XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Nel Vangelo di questa domenica Gesù ci mette davanti a due figli. Un padre chiede ad entrambi di andare a lavorare nella vigna, il primo risponde “NO” ma poi va; il secondo esordisce con un “Sì” ma ci ripensa e non asseconda il padre.

A prima vista sembrerebbe una storia semplice: uno sbaglia risposta, l’altro fa quello che deve. Invece Gesù ci spiazza, perché ci invita a guardare non tanto alle parole che pronunciamo, ma a ciò che scegliamo di fare. Gesù non parla di due semplici lavoratori, parla di due figli davanti a un padre e questo cambia tutto. Essere figli non significa dire la cosa giusta al momento giusto, essere sempre disponibili, perfetti, sempre all’altezza delle aspettative. Essere figli vuol dire avere una relazione. Significa sapere che c’è un Padre che ci chiama, ci coinvolge, ci affida qualcosa e continua a considerarci suoi anche quando la nostra risposta non è quella che si aspetta. Forse il primo figlio ci assomiglia più di quanto vorremmo ammettere. Quante volte anche noi diciamo “NO” a Dio? Un “NO” fatto di dubbi, rabbia, stanchezza. Un “NO” quando ci sembra che Dio ci stia chiedendo troppo. Eppure quel “NO” non è necessariamente la parola definitiva, perché il primo figlio ci ripensa: questo è bellissimo! Nella relazione con Dio possiamo cambiare idea, tornare indietro e ricominciare.

Noi giovani viviamo spesso con la paura di dover avere già tutto chiaro. Dobbiamo sapere chi siamo, cosa vogliamo fare.

Cristina e Filippo

Questo Vangelo ci dice che essere figli vuol dire camminare con Lui, sbagliare, allontanarci e persino non capire subito cosa il Padre ci sta chiedendo. Ma la cosa importante è non smettere di ascoltare quella voce che continua a chiamarci. Poi c’è il secondo figlio: quello che apparentemente fa tutto bene e forse è il personaggio più scomodo del Vangelo, perché ci ricorda che anche le nostre parole più belle possono rimanere soltanto parole. Possiamo dire “SÌ” a Dio durante la messa, la preghiera o in un momento forte. Ma poi? Quando arriva il momento concreto di andare nella “vigna”, che cosa succede? È lì che il nostro “SÌ” vacilla. Oggi siamo invitati a domandarci che tipo di figli siamo: abbiamo imparato a dire le parole giuste ma facciamo fatica a trasformarle in vita? Oppure stiamo cercando la nostra strada con qualche certezza e qualche dubbio? Il Padre non ci ama in base alla perfezione delle nostre risposte, ma ci ama come figli. Perché alla fine la vigna è la nostra vita. Dio ci dà un mandato specifico: “va’ oggi!”.

Nella vita Dio ci manda adesso con i nostri dubbi, le nostre paure, i nostri errori e con quei “NO” che magari abbiamo dentro. Forse c’è anche un’altra domanda: “mi sento davvero figlio?” Perché se mi sento figlio, allora non devo conquistarmi l’amore del Padre. Essere figli vuol dire sapere dove tornare. Ed è proprio questo che ci suggerisce il Vangelo di oggi: nonostante il nostro “vacillare” nella vigna, Lui è lì, pronto ad accoglierci come suoi figli, anche quando non facciamo la cosa giusta.

Cristina Bocca Corsico Piccolino, Filippo Piccolini Comunità cristiana di Mortara

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